Erdogan, voltafaccia?

“Erdogan traditore!”, era uno degli slogan scritti su cartelloni mostrati da manifestanti siriani a Daraa il 16 settembre 2011, ventinovesimo venerdì consecutivo di proteste e primo giorno del settimo mese di rivolta. Il premier turco è un “traditore” perché – secono ampi strati del movimento anti-regime siriano – alle parole non ha fatto seguire i fatti. Al contrario, avrebbe di fatto regalato tempo e opportunità al regime di Damasco. Che solo ieri ha ucciso almeno 33 civili in diverse località del paese.

La retorica di Ankara contro il presidente Bashar al-Assad e soci si era innalzata gradualmente a partire da maggio, per raggiungere poi l’apice all’inizio di agosto. In corrispondenza con la massiccia operazione di Hama del mese di Ramadan (decine di uccisi secondo attivisti), Tayyip Recep Erdogan aveva intimato al raìs, suo ex amico e alleato, di metter fine alla repressione.

Ritiratisi i carri armati da Hama, da Ferragosto in poi la Turchia ha assunto un profilo più basso: i suoi rappresentanti hanno sì continuato a condannare le azioni del regime contro i manifestanti, senza lanciare più ultimatum. Erdogan aveva addirittura previsto che “entro due settimane” – quindi a fine agosto – la situazione in Siria sarebbe tornata sotto controllo.

Sempre in estate, in uno dei campi profughi allestiti nel sud della Turchia per ospitare i siriani in fuga dalla regione di Idlib, cresceva la popolarità del tenente colonnello Hussein Harmush, ufficiale disertore dell’esercito siriano fuggito oltre frontiera per organizzare la “Brigata degli ufficiali liberi”. Harmush, apparso settimane fa in un video amatoriale in cui annunciava la sua defezione, è il militare col grado più alto a guidare l’esiguo fronte dei soldati che sono riusciti ad abbandonare le file dell’esercito perché “costretti a sparare sui civili innocenti”.

Harmush è però apparso giovedì sera 15 settembre – barba incolta, viso scavato, occhi spenti – sugli schermi della tv di Stato siriana per accusare presunti leader dell’opposizione di “non aver rispettato le promesse di fornire soldi e armi ai militari” disertori e per smentire di aver mai ricevuto ordini di aprire il fuoco contro i civili.

Come Harmush sia arrivato negli studi della tv di Damasco partendo dalla tendopoli nel sud della Turchia è ancora poco chiaro. Il regime siriano non ha fornito precisazioni. Numerose fonti dell’opposizione siriana puntano il dito contro la Turchia, colpevole secondo loro di aver consegnato Harmush e qualche altro militare disertore ai servizi di sicurezza siriani.

A dirlo è Bahia Mardini, nota attivista e moglie di Ammar Qurabi, decano dei difensori per i diritti umani in Siria. A dirlo è anche Abdallah Abazid, uno dei leader della rivolta di Daraa. “I turchi possono aver stretto un accordo sottobanco con i siriani in cambio della consegna da parte di Damasco di alcuni membri del Pkk curdo detenuti da anni in Siria”, afferma Shiar Abdallah, attivista curdo appena arrivato a Beirut dalla capitale siriana. “Ancora non ci sono prove concrete del coinvolgimento di Ankara, ma com’è possibile che Harmush sia stato arrestato dai siriani in territorio turco?”. Abazid, intervenuto sulla questione alla tv al-Jazira, ha ieri evitato di attaccare esplicitamente il governo di Erdogan ma ha comunque gettato ombre di dubbi sul comportamento delle autorità turche: “Qualche ufficiale turco sarà sicuramente coinvolto nella vicenda Harmush”.

Nel suo atteso discorso pronunciato al Cairo di fronte ai rappresentanti della Lega Araba martedì scorso Erdogan ha inoltre deluso molti siriani, che si aspettavano che il premier turco invitasse i ministri arabi a esercitare maggiori pressioni sul regime siriano. Da Tripoli di Libia, Erdogan ha ieri espresso in modo più esplicito la condanna alle azioni decise da al-Assad ma l’impressione generale nella piazza siriana è che la Turchia si stia comportando come, se non addirittura peggio, dei paesi europei e degli Stati Uniti: condanne verbali e qualche sanzione economica e commerciale.

Da Ankara sono prima di tutto preoccupati dei loro confini meridionali, oltre frontiera abitati in larga parte dalla minoranza curdo-siriana. “Se la situazione in Siria dovesse degenare in guerra civile, i curdi sarebbero la forza più abile ad armarsi e a combattere in situazione di guerriglia”, afferma Shiar Abdallah intervistato per Europa. “In un eventuale scenario libico, la regione nord-orientale di Qamishli (curda al 90 per cento e ricca di petrolio) potrebbe trasformarsi la nuova Bengazi”. Un vero incubo per i turchi. (scritto per Europa Quotidiano del 17 settembre 2011).