Farzat, “rompigli le mani perché non osino sfidare più i suoi signori”

“Quanto mostruoso deve essere un potere per colpire una mano che stringe una matita? […] Credo sia per questo che alla naturale reazione di odio e di ripulsa verso qualunque tipo di violenza autoritaria si aggiunga, nel caso della violenza contro un disegnatore, una componente di profondo sgomento. Come quando si colpisce una donna, o un bambino, o una persona comunque debole che non ti sta minacciando ad armi pari”.

Sono le parole che Sergio Staino ha usato per commentare la vicenda del vignettista satirico siriano Ali Farzat che il 25 agosto scorso fu pestato brutalmente a Damasco da tre uomini con il volto coperto che l’avevano trascinato fuori dalla sua macchina e che l’hanno poi abbandonato in fin di vita su un lato della strada per l’aeroporto.

“Riuscivo a sentirli che dicevano ‘rompigli le mani così non oseranno mai più sfidare i suoi signori’ – dichiara oggi Farzat in un’intervista a Reuters e poi aggiunge: “Le mani erano rotte in modo così grave che ancora sono limitato nei movimenti”.

Dopo essersi riavuto dall’incidente, Farzat si è trasferito in Kuwait e adesso si trova a Londra dove alcuni dei suoi bozzetti sono in mostra alla galleria “Mica” dell’elegante quartiere di Belgravia.

La sua critica nei confronti della corruzione, delle storture sociali, dei favoritismi e della grettezza dei potenti l’ha reso famoso in tutto il mondo. E fino a pochi mesi prima che in Siria iniziasse la rivolta contro il regime di Bashar al-Asad aveva sempre fatto uso di personaggi e motivi simbolici, evitando di rendere identificabili i bersagli della sua satira.

Quando però si è reso conto che la censura alla libertà d’espressione e a qualsiasi forma di dissenso aveva oltrepassato ogni limite, Farzat ha cambiato lo stile dei suoi disegni: “Sono passato dall’uso dei simboli all’evocazione di figure reali e pian piano ho iniziato a vedere che le mie vignette erano usate dai manifestanti. Erano diventate dei simboli per loro.”

Eppure il vignettista ha conosciuto personalmente Bashar al-Asad prima che diventasse presidente: il futuro raìs visitava le sue mostre e discuteva con lui e con altri artisti e intellettuali di politica.

Poi quel periodo di relativa tolleranza e apparente liberalità è finito improvvisamente, Farzat è stato obbligato a chiudere il suo foglio satirico al-Domari e molti intellettuali non allineati hanno preferito lasciare la Siria. “Non so cosa sia accaduto così all’improvviso”, ricorda. “È stato come se [al-Asad] fosse lì e poi quando abbiamo guardato un’altra volta, non c’era più. Non è stato più possibile comunicare con lui, non riuscivamo ad avere nessun contatto. Eravamo abituati a parlargli. Poi è sparito completamente.”

A proposito della “rivoluzione” in corso in Siria commenta: “Siamo riusciti a rompere il muro della paura. […] La domanda è sempre quando finirà. Non lo so, ma ha già trionfato.”

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In alto a sinistra uno dei bozzetti presenti alla mostra, tra i primi ad avere come protagonista al-Asad stesso: il presidente stacca con timore la pagina del giovedì dal calendario, consapevole che il venerdì sarebbe stato un nuovo giorno di proteste.