Fayez Sara, Hanno torturato a morte mio figlio

(di Fayez Sara, per al Nahar. Traduzione dall’arabo di Khouzama Reda). Per molti, sono solo numeri. Numeri crescenti di morti, feriti, torturati, detenuti, e sfollati. Le cifre rivelano orrori estremi. Orrori che non potevamo immaginare quando siamo scesi in piazza nel 2011 per chiedere la libertà in Siria.

La settimana scorsa quegli orrori hanno colpito la mia famiglia. Abbiamo ricevuto una lettera dal regime: mio figlio era morto. Wissam era un damasceno come tanti di 27 anni. È stato arrestato a un chekpoint del regime mentre andava a un appuntamento con alcuni amici. Non apparteneva a nessun gruppo politico o militare. La sua storia, però, è molto familiare ai siriani: è stato torturato a morte in una delle prigioni del regime.

Lette da un occidentale, queste parole sono difficili da capire. La macchina del regime è andata oltre ogni limite nel praticare arresti arbitrari, torture, ed esecuzioni. Il tutto con un unico scopo: costringere i siriani ad abbandonare la loro battaglia. Nei primi giorni della rivoluzione il regime ha diffuso video di torture per mettere in guardia i giovani attivisti su cosa li aspettava se avessero scelto di intraprendere quella strada.

Questo programma sistematico segue due prassi principali: la paura e il dolore. La paura della brutalità del regime, sia attraverso l’esperienza personale dell’arresto e delle torture, sia mediante campagne di bombardamenti con i barili esplosivi che colpiscono intere comunità. Il regime si serve poi del dolore per costringere la gente a lasciar perdere gli obiettivi della rivoluzione. È questo il modus operandi che è stato adottato a lungo dai regimi dittatoriali nel corso dei secoli.

L’uccisione di Wissam è la tragedia più grande che abbiamo mai vissuto. Non si può descrivere il dolore che si prova per la perdita di un figlio. Ma la mia tragedia è solo un piccolo frammento di una tragedia più grande: quella della Siria; e io sono uno delle decine di migliaia di genitori che hanno perso i loro figli e continueranno a perderli. Mentre a questo regime è consentito condurre una guerra feroce contro il popolo siriano solo perché ha osato rivendicare la propria libertà.

Da oltre quarant’anni scrivo della libertà in Siria. Sono stato due volte in carcere per due anni. I concetti di cui ho scritto hanno contribuito alla nascita della rivoluzione in Siria. Al pari di tanti altri, nei miei scritti ho detto alla gente che può essere libera. Poi ho portato questi principi nel mio lavoro con Ahmad Jarba, il presidente della Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione. La rivoluzione è ancora viva, ma il prezzo che stiamo pagando è maggiore di quanto avrei mai potuto immaginare.

Mentre a Ginevra ascoltavo con amarezza le menzogne propagandistiche del regime sul “terrorismo”, ho ricevuto la notizia della morte di Wissam per mano del terrorismo di stato praticato da quello stesso regime. Il mondo deve rendersi conto che il regime di Asad sta terrorizzando i siriani e sta infliggendo loro un dolore più grande di quello che possono sopportare persino i popoli più civilizzati.

La mia famiglia ha ingoiato questo calice amarissimo e migliaia di famiglie siriane saranno costrette a fare altrettanto se il mondo resta fermo a guardare Asad che continua a commettere impunemente crimini di guerra. (al Nahar, 26 febbraio 2014)