“Fermate le uccisioni”, l’opzione pacifista in Siria

Una ragazza con un cappottino rosso è nel mezzo di un incrocio trafficato, vicino al Parlamento a Damasco. Le macchine la schivano e suonano i clacson, ma lei tranquilla tira fuori un telo rosso e lo spiega in bella mostra. I passanti incominciano a fermarsi, prima la guardano interdetti e poi si mettono ad applaudire. Sul telo rosso è scritto con vernice bianca: “Fermate le uccisioni. Vogliamo costruire una patria per tutti i siriani”.

Questo succedeva lo scorso 8 aprile. Rima Dali – la giovane donna protagonista di questo gesto simbolico – è stata poi arrestata, rilasciata, rimessa in prigione per aver organizzato una veglia in onore delle vittime degli attentati di Damasco e liberata ancora una volta.

“L’idea iniziale del movimento non è nata nel modo in cui poi si è diffusa – ha dichiarato la Dali in un’intervista alla rivista online News Centre – si trattava di un’espressione personale, di dar sfogo a una rabbia che mi dominava, e una tragedia a cui mi sono rifiutata di sottostare, rispetto alla situazione umanitaria creatasi in Siria.

Mi sono rifiutata di accettare che un siriano fosse ucciso per mano di un altro siriano e non ho mai trovato una giustificazione per questo. […] La rabbia e la tristezza mi dominavano, mi sono fermata e ho manifestato questo in pubblico senza preoccuparmi delle conseguenze e delle reazioni che ho ignorato volutamente.”

In Siria le visioni dei moderati sono troppo spesso soffocate dai più eclatanti atti di violenza che finiscono sulle pagine dei giornali. Ma altre voci – come quella di Rima Dali e dei tanti che dopo di lei hanno seguito l’onda bianco-rossa – stanno tentando in tutti i modi di tornare indietro ai primi mesi della rivoluzione siriana, a quando il movimento pacifista e la disobbedienza civile dominavano le strade del Paese. Non è certo un’impresa semplice, ma tanti cittadini continuano a crederci e continuano a resistere.

“Da questo moto spontaneo sono nate delle iniziative meravigliose, che sono diventate una campagna nel vero senso della parola.  Dalle caricature alle ‘tecniche creative’ che non chiedevano solo di fermare le uccisioni, ma erano espressione reale della capacità dei siriani di creare uno spazio attraverso cui poter esprimere se stessi.

I siriani oggi hanno abbandonando i piccoli circoli di appartenenza per costruire quello che li unisce veramente.

In questo momento, i siriani tornano al pacifismo come opzione privilegiata, dopo che ci siamo bruciati tutti con il fuoco della soluzione militare e armata, che adesso non serve giustificare né analizzare. L’importante ora non è soltanto fermare le uccisioni, e mettere un punto – cosa che a me non piace – fermare le uccisioni oggi è uno degli strumenti più importanti che ci aiuta a stare uniti e ad accettarci gli uni gli altri per raggiungere insieme il cambiamento che vogliamo.”