Gesuita a Homs, cristiani non minacciati da resistenza anti-regime

Qualche giorno fa l’Agenzia Fides in un nota sulle violenze in corso in Siria, manifestava preoccupazione per la situazione dei cristiani a Homs, vittime di quella che era definita “una pulizia etnica (sic!)” perpetrata dai membri della “Brigata Faruq”, “vicina ad al Qaeda”. Il gesuita Stefano Leszczynski che si trova attualmente a Homs, contattato telefonicamente da Radio Vaticana, fornisce un’immagine un po’ diversa degli eventi in corso.

Riportiamo qui di seguito la trascrizione integrale dell’intervista:

R. – La situazione umanitaria non è attualmente così grave come potrebbe sembrare. Io mi trovo proprio al centro dei combattimenti, qui ad Homs, e tutti riescono comunque a trovare qualcosa da mangiare, anche aiutandosi reciprocamente. Anche sulle montagne, dove si sono rifugiati i cristiani, ci sono forme di assistenza umanitaria. In generale, da questo punto di vista la situazione non è drammatica.

D. – Avete delle difficoltà nell’aiutare la popolazione locale?

R. – Ci sono molte organizzazioni che offrono aiuto: c’è la Croce Rossa, ci sono i gruppi armati che danno aiuto, ci sono gli imam che aiutano e anche noi diamo il nostro contributo con parecchi gruppi delle parrocchie. Quindi, l’aiuto è possibile, anche se non si può fare molto perché comunque ci sono i bombardamenti e i combattimenti, quindi bisogna fare molta attenzione, ma si riesce a dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno. Nel complesso, ci si riesce a muovere.

D. – Qual è la situazione dei cristiani ad Homs e più in generale in Siria?

R. – Le difficoltà sono soprattutto ad Homs, perché a Damasco la situazione non è cambiata. Ad Homs la maggior parte dei cristiani – circa il 90% – è fuggita sulle montagne, in città è rimasto soltanto un piccolissimo numero di cristiani. Il problema è che ci sono dei gruppi armati che occupano spesso le case dei cristiani che sono andati via, lasciandole vuote. Alcuni quando vengono a sapere delle loro case occupate tornano a controllare, altri non ritornano. Ci sono anche parecchie case attualmente che sono state bombardate. Per cui la situazione dei cristiani non è facile. C’è anche un problema di denaro oltre alla distruzione delle case.

D. – I cristiani si sentono in qualche modo minacciati, ad esempio, dal fondamentalismo islamico?

R. – No non si può dire che siano minacciati. L’Esercito Siriano Libero non è contro i cristiani. Non possiamo dire che i cristiani vengano perseguitati sistematicamente, ma nella realtà l’Esercito Siriano Libero è entrato nel quartiere cristiano e si batte contro l’Esercito governativo proprio a partire dal nostro quartiere cristiano. Ci sono parecchi danni a causa di questi combattimenti.

D. – In che modo la comunità internazionale può aiutare la popolazione civile delle Siria?

R. – Bisogna fare qualcosa per fornire aiuti alimentari e finanziari alle organizzazioni che si trovano già qui, e cioè la Chiesa e le organizzazioni umanitarie. Tramite loro si può fornire un aiuto alla popolazione. Quindi se riescono ad arrivare aiuti da fuori loro possono ridistribuirli alla popolazione. Credo che sia la strada più indicata.

D. – Ci sono dei possibili spazi per un dialogo in Siria oggi o no?

R. – No. Credo che il dialogo non sia più possibile. Ho l’impressione che ogni volta che si parla di un dialogo siano parole vuote, perché il dialogo è realizzabile solo a determinate condizioni e queste condizioni non esistono. L’Esercito Siriano Libero non è affatto pronto ad avviare un dialogo con gli altri, perché non riconoscono la controparte. Loro vogliono andare fino in fondo.

D. – Quindi l’unica probabilità di risolvere la crisi sarebbe l’intervento internazionale?

R. – Al momento l’opzione è soltanto quella militare. Quindi a partire dall’opzione militare si dovrebbe arrivare a una soluzione di tipo politico, a livello nazionale, internazionale o regionale. La situazione è estremamente complicata, ma al momento siamo al punto in cui è necessario abbandonare l’opzione militare che come comprensibile è una soluzione molto penosa. Però come arrivare ad una soluzione politica e partire da una situazione di conflitto militare è una questione ancora aperta alla quale per il momento non c’è risposta.

D. – In Europa sono arrivate notizie di terribili crimini di guerra commessi anche contro i bambini. È vero?

R. – I crimini vengono commessi, ma non si sa da chi. Ciascuno accusa la controparte ed è molto difficile riuscire a scoprire chi effettivamente abbia commesso questi crimini. Non è affatto chiaro chi uccida realmente, ma nel complesso l’Esercito regolare non commette crimini. Il comportamento dell’esercito qui, non è un comportamento criminale, anche se è possibile che ci siano delle eccezioni. In ogni caso, non è possibile attribuire tutti i crimini all’esercito. Questo non è vero.