Giornalisti in Siria. Ma ne vale la pena?

killmediapiccola(di Tom A. Peter, per New Republic. Traduzione dall’inglese di Camilla Pieretti). Circa un anno e mezzo fa, mi sono ritrovato nel salotto di un lussuoso condominio affacciato su una spiaggia di Naples, in Florida. In due anni da inviato in Medio Oriente, per la prima volta ero tornato negli Stati Uniti per una breve visita. Trascorrevo le vacanze con la mia famiglia e un giorno siamo finiti in questo appartamento, a casa dei ricchi parenti di un amico del mio fratellastro. Avevo sperato di godermi la vista in santa pace, ma sono stato subito coinvolto nella conversazione.

La padrona di casa mi ha domandato dove vivevo. In una cittadina della Turchia meridionale, è stata la mia risposta. Com’era prevedibile, mi ha subito chiesto cosa facessi lì. “Sono un giornalista inviato in Siria”.

Senza alcuna esitazione, la nostra ospite ha subito ribattuto: “E le notizie che trasmetti sono vere?”. Dal tono con cui ha posto la domanda, sembrava che stesse chiedendo a un lottatore di wrestling se quello che accade sul ring è reale. Si sa che è tutta una finzione, inutile negarlo.

Imperterrita, ha continuato dicendo che era certa che la stampa non dicesse tutta la verità e voleva capire perché. Sapeva che il presidente Bashar al Asad era cattivo, ma da chi era costituita l’opposizione per l’esattezza? (Era il dicembre del 2012, quando la resistenza siriana era ancora dominata dai moderati).

“Ho scritto un pezzo su questo argomento proprio la settimana scorsa, poco prima di tornare qui”, le ho risposto. Ne parlava anche il New York Times del giorno, una copia in bella vista sul tavolino del salotto. L’ho indicato: “Se Le interessa, sul giornale di oggi c’è un lungo articolo dedicato alla questione”.

James Foley era uno di coloro che si sono interessati all’argomento. Uno degli ultimi articoli che ha scritto per GlobalPost, nell’ottobre del 2012, raccontava delle crescenti divisioni tra i militanti dell’opposizione e i civili ad Aleppo. Poco tempo dopo aver inviato il comunicato stampa, Foley è stato rapito e tenuto prigioniero per più di 600 giorni, fino al 19 agosto scorso, quando è stato decapitato dallo Stato islamico, che ha poi caricato su Internet il video dell’esecuzione.

Mi sono interrogato spesso sui rischi che reporter come me affrontano quotidianamente nelle zone di guerra. In seguito alla morte di Jim, le mie perplessità si sono fatte più forti che mai.

Dopo sette anni passati a lavorare tra Medio Oriente e Afghanistan, lo scorso ottobre sono tornato negli Stati Uniti e ci sono rimasto. Da allora ho incontrato innumerevoli “consumatori di notizie” come quella donna in Florida, chiusi nei loro lussuosi appartamenti e circondati da informazioni che si rifiutano di leggere o di prendere in considerazione.

Oggi i giornalisti negli Stati Uniti sono disprezzati come mai prima. I servizi a sfondo politico, che solitamente sono i più dibattuti e che, grazie alla loro rilevanza, sono quelli che più influenzano l’opinione pubblica sulla stampa, si mantengono inesorabilmente imparziali, come dimostrato dalla meta-analisi di decenni di articoli relativi alle campagne presidenziali svolta dal professor David D’Alessio della University of Connecticut. Tuttavia, i lettori sono convinti del contrario. In un sondaggio svolto nel 2011 dal Pew Research Center, due terzi degli intervistati hanno dichiarato che le notizie trasmesse dalla stampa sono perlopiù imprecise, e quasi un terzo ha affermato che la stampa “non è professionale”. Il 42 percento ha definito il giornalismo immorale, mentre solo il 38 percento l’ha giudicata una professione eticamente valida.

Lavorando oltreoceano, non mi sono soffermato spesso a pensare come la gente reagisca alle informazioni che riceve dalla stampa. Certo non ho mai creduto che la gente smaniasse per ricevere notizie dall’estero: ho sempre immaginato che la reazione più comune fosse il disinteresse, ma mi consolavo pensando che il mio lavoro forniva un archivio di notizie sempre disponibili per chi un giorno desiderasse approfondire un determinato tema. Soprattutto, però, mi piaceva fare il giornalista perché amavo l’impegno quotidiano che questa professione richiede. E ogni volta che mi capitava qualcosa di brutto, come essere coinvolto in un bombardamento aereo o vedere una mina esplodere sotto il furgone proprio davanti al mio, l’idea di agire per un fine superiore mi convinceva che ne valeva la pena.

Nel novembre 2012 ero inviato sul campo ad Aleppo, la città più popolosa della Siria. All’epoca il conflitto era ancora nelle fasi iniziali, lo Stato islamico non era ancora stato formalmente istituito e molti militanti che combattevano nelle file dell’opposizione moderata collaboravano di buon grado con i giornalisti, aiutandoli ad arrivare alla linea del fronte. Quando si diffuse la notizia che l’opposizione era riuscita a conquistare un ospedale di importanza strategica ai margini della città, io, altri tre reporter e un interprete chiedemmo un passaggio ai ribelli nel cassone di uno dei loro furgoni per andare a dare un’occhiata.

La situazione all’ospedale non era niente di eccezionale nel contesto della guerra civile siriana. Al termine della battaglia, tutto quello che restava erano fori di proiettile, vetri rotti e medicinali sequestrati, oltre a una manciata di ribelli desiderosi di dare spettacolo per mostrare i loro progressi. I soldati ci chiesero se volevamo seguirli mentre tentavano di guadagnare ulteriore terreno e combattere su per la collina fino a un vicino villaggio di lealisti. Declinammo l’invito per quella che sembrava destinata a essere (e che in effetti fu) solo una cruenta lotta verso la morte.

Sulla via del ritorno, pigiati stretti in una berlina, un’altra auto ci tagliò la strada. Ne uscì un gruppo di uomini armati che ci circondò, puntando i Kalashnikov. Per un attimo non provai niente. Sembrava la scena di un rapimento di un qualunque film d’azione. Ma, superato lo shock, mi tornò in mente quello che era successo solo un paio di mesi prima, quando un gruppo di lealisti aveva individuato e ucciso Mika Yamamoto, inviata giapponese ad Aleppo. Attesi i proiettili che mi avrebbero tolto la vita.

Al contrario, uno degli uomini armati trascinò il nostro autista fuori dall’auto e lo fece entrare nella loro, mentre un altro si mise al volante e diede gas. Pensai di aprire la portiera e lanciarmi fuori, nella convinzione che rotolare giù da un’auto in corsa fosse meglio che scoprire cosa ci aspettava all’arrivo. Tuttavia, la velocità folle dell’auto lanciata per le vie della città e la macchina carica di uomini armati subito dietro di noi rendevano la fuga impossibile. Mi accasciai contro lo schienale, sconvolto al pensiero di aver buttato via la mia vita. Quella non era la mia terra, non era la mia guerra ma per questo sarei andato incontro a una morte orribile. Nel migliore dei casi, sarei diventato un ostaggio per chissà quanto tempo.

Per fortuna mia e dei miei colleghi, il nostro destino era molto diverso da quello che avevo temuto. Per ragioni che ancora stento a capire, fummo portati al quartier generale dei nostri rapitori, che ci diedero da mangiare e ci dissero di non preoccuparci: si era trattato solo di un malinteso. Dopo diverse ore di tensione, ci portarono fino a un baracchino a bordo strada, ci offrirono un caffè e ci lasciarono andare in una zona relativamente tranquilla nel centro di Aleppo.

Poco più di un mese dopo me ne stavo su una comoda poltrona di quell’appartamento in Florida, sottoposto a una sorta di interrogatorio sugli standard giornalistici.

Scrivere reportage di guerra per una nazione apertamente schierata ha tolto al giornalismo il valore di missione civica che personalmente gli attribuivo. Perché rischiare la pelle per racimolare notizie destinate a persone che cercano solo le informazioni che vogliono, bollando le storie e i fatti che non si conformano alla loro opinione come non obiettivi o poco accurati?

E, senza un fine superiore, che senso ha fare il reporter? Forse potrebbe essere annoverato tra i “lavori alla moda” per i neolaureati, ma, basandosi su fattori quali livello di stress, stipendio e instabilità lavorativa, un sito di carriere professionali ha messo il giornalismo al secondo posto nella classifica dei mestieri peggiori d’America. Bidelli, lavapiatti e netturbini hanno ottenuto un punteggio più alto. Per quanto si possa amare il proprio mestiere, è dura non farsi logorare da un lavoro che a volte porta a rischiare la vita per dei lettori che alla fine si chiedono se tu corra tutti quei pericoli solo per qualche oscuro secondo fine.

Quando lavoravo in Medio Oriente, mi è capitato di incontrare un paio di volte Jim Foley, ma lo conoscevo perlopiù di fama: un giovane socievole e tranquillo, in grado di farti ridere anche nelle situazioni più difficili. Ora che non c’è più, vorrei poter credere che una persona tanto straordinaria sia morta nel tentativo di informare un pubblico americano in trepidante attesa di conoscere la verità. Non è quindi facile accettare la realtà e pensare che è morto mentre la gente non faceva altro che riempirsi di preconcetti sulla sua professione e sugli argomenti di cui si occupava senza minimamente preoccuparsi di leggere le notizie che lui gli forniva.