Giovani lealisti crescono, “Shabbiha per sempre!”

Alia Hajju, Damasco, dicembre 2011“Shabbiha per sempre!” gridano impunemente giovani siriani sulla spianata del Mausoleo del milite ignoto di Damasco.

Vi ricordate il ministro degli esteri siriano Walid al Muallim che, a novembre scorso, in uno scambio epistolare con Nabil al Arabi, segretario generale della Lega Araba, chiedeva cosa significasse la parola shabbiha contenuta in una delle bozze del protocollo che definiva la missione degli osservatori?

Era un modo, quello di Muallim, di non riconoscere l’esistenza delle milizie lealiste, per lo più formate da alawiti fedeli ai clan al potere da 41 anni.

In altre latitudini sono note come “squadroni della morte”, perché hanno il compito di terrorizzare, arrestare e soprattutto uccidere chi dissente. In Siria sono note come shabbiha, plurale collettivo dialettale di shabbih, a sua volta intensivo di shabah, “fantasma”, usato da decenni dalla cittadinanza per descrivere le auto civetta delle agenzie di controllo e repressione (mukhabarat).

Col passare del tempo, shabbiha è passato a indicare le bande fuorilegge operative dalla fine degli anni ’80 e per tutti gli anni ’90 nella regione di Latakia, appoggiate da alcune frange del clan degli al Asad.

Quegli shabbiha operavano a bordo di jeep e auto di grossa cilindrata dai vetri oscurati e spesso senza targa. Proprio come gli shabbiha di oggi.

Ma dal 1999 queste bande furono contrastate dall’allora raìs in pectore Bashar al Asad nell’ambito della campagna mediatica per presentarlo come l’uomo delle riforme, della lotta alla corruzione e all’illegalità.

In questi dieci mesi di proteste, di repressione e, in certe regioni ormai, di resistenza armata da parte di militari unitisi agli attivisti e di civili unitisi ai soldati che hanno lasciato l’esercito del regime, il termine shabbiha è forse uno dei più usati in Siria. Tanto che – come dimostra il video che segue – è usato espressamente dagli stessi lealisti.

Che non temono più di pronunciarlo ad alta voce, ammettendo dunque la legittimità della repressione. La legittimità dell’uso indiscriminato della forza per reprimere chi è contro il regime.

Nel filmato, pubblicato da Alia Hajju, fotogiornalista libanese, qualche decina di giovani lealisti, ragazzi e ragazze ben vestiti e sorridenti, radunati sulla spianata del Mausoleo del milite ignoto, lungo la strada Beirut-Damasco, ripetono lo slogan: “Shabbiha per sempre… per i tuoi occhi oh Asad!”.

Lo slogan non è pronunciato in un vicolo di Zahra, quartiere alawita di Homs, ma sulla spianata del milite ignoto a Damasco. Non si tratta di un filmato amatoriale, sfocato e clandestino.

Al contrario, come è chiaro dall’intero video, il gruppo di giovani posano di fronte alla telecamera ricevendo istruzioni da un leader del gruppo. Sventolano bandiere siriane, libanesi, di Hezbollah e dell’altro movimento sciita libanese Amal.

Chissà…? Forse questi giovani innocenti siriani potranno ora spiegare al loro ministro degli esteri chi sono gli shabbiha… Perché “shabbiha per sempre!” è uno slogan positivo. Ben augurante per “la Siria delle riforme”. E chi non è d’accordo – ricordate – è un nemico della Patria!