Gli antagonisti e il Medio Oriente che non c’è

(di Riccardo Cristiano – Il Mondo di Annibale). Per capire l’origine di certo discorso di matrice antagonista al riguardo del Medio Oriente, cioè quell’antagonismo contemporaneamente di sinistra e “solidale” o “comprensivo” con Iran, Siria ed Hezbollah, bisogna andare indietro nel tempo, forse più di quanto gli stessi antagonisti pensino.

Bisogna andare cioè agli anni in cui Frantz Fanon scriveva il suo capolavoro, “I dannati della terra”. In quel libro, pubblicato per la prima volta nel 1961, c’è una grande idea, la rivoluzione come unica risposta all’Occidente colonialista che non muore, che non passa, che resta tale e che, per soddisfare i suoi appetiti, condanna i popoli del Terzo Mondo a vivere nella miseria.

La psicanalisi non era certo materia sconosciuta a Fanon e il “senso di colpa” era il prodotto a cui puntava. Quel senso di colpa esiste ancora e gli “antagonisti” cercano di liberarsene schierandosi con chi sia più lontano, nemico, acerrimo nemico dell’Occidente. Ma così facendo scelgono una prospettiva tutta occidentale.

La loro prospettiva infatti è  interna all’Occidente. Il punto dell’antagonismo non è capire se quei popoli scelgano una strada che li porti verso il benessere, verso l’emancipazione. No; il punto è liberarsi dal senso di colpa, diventare protagonisti della lotta interna contro “quell’Occidente”. Così può accadere che forze o persone  di sinistra finiscano col sostenere forze oggettivamente di destra, di un totalitarismo oscurantista e fascista, come l’Iran khomeinista, la Siria degli Assad, Hezbollah. Perché si presentano come “antagoniste” all’Occidente imperialista. Ma lo sono?

In alcuni articoli precedenti, a questo riguardo, abbiamo fatto ricorso alla categoria degli “opposti estremismi” per indicare come il Medio Oriente abbia sovente visto un estremismo farsi oggettivamente stampella dell’estremismo opposto. Premesso che la questione da agitare per sedurre le masse è quella palestinese, l’estremismo khomeinista ha sostenuto i gruppi del terrorismo kamikaze per impossessarsi della questione palestinese, non certo per risolverla.

Piuttosto per usarla a proprio vantaggio nello scontro con le leadership arabe sunnite e costruire un’egemonia iraniana sulla regione mediorientale. Lo stesso, dicono gli esperti da decenni, hanno fatto  diversi governi israeliani. Come? Ad esempio con la benevolenza da sempre dimostrata nei confronti di Hamas, avversario ideale (in quanto non vuole un accordo di pace con Israele) per evitare un vero processo di pace con i palestinesi, processo sostenuto in primis dal popolo palestinese, che a differenze di Hamas la pace con Israele la vuole.

Ma i popoli non vivono solo di “questione palestinese”. Vivono anche della “loro questione”. I siriani, ad esempio, saranno certamente emotivamente coinvolti nella questione palestinese, ma lo sono anche nella loro questione, la questione siriana. Ecco che quei siriani da sette mesi lottano con un coraggio impensabile per gli arabi come certa pubblicistica ce li ha sempre descritti; sette mesi di lotta per la propria libertà e dignità umana.

Sorprende che Israele non abbia dimostrato la minima fretta di vedere il giorno in cui cadrà il regime degli Assad? No, e non perché siano alleati, ma perché solo un regime impresentabile come quello siriano può consentire a Israele di avere un ministro degli esteri come Liberman, una politica come quella di Netanyahu e così via.

A questo riguardo, rispondendo a quanto scritto qui da Lorenzo Trombetta nell’articolo “Non guardate all’Islam con gli occhi di ieri”, Alberto Stabile ha usato con sagacia superiore alla nostra un’espressione morotea, le convergenze parallele. Non si può parlare di alleanza tra Israele e regime siriano, ma di convergenze parallele sì. E per capire come Siria, Iran e Israele trovino spesso e volentieri da sponde opposte  risposte convergenti nulla è più indovinato di questa espressione: convergenze parallele….

Vedendo così le cose si ha più chiaro per quale motivo Hezbollah sia il peggior nemico dei palestinesi. Il Partito di Dio, che in anni lontani ha combattuto ferocemente i comunisti libanesi per impossessarsi della lotta anti-israeliana nel sud del Libano, non punta certo a risolvere la questione palestinese: punta a usarla, per favorire la la conquista khomeinista del maggior peso possibile nel Medio Oriente. La sua lotta però, proprio come la lotta di potere di Assad e di Ahmadinejad, è passata attraverso politiche e pratiche le più deleterie per i “dannati della terra”.

Politiche fatte di una distrazione enorme di fondi, di corruzione,  di nuovi ricchi che si arricchiscono sempre di più  solo in virtù della loro amicizia clanica con i capi, di uno sfruttamento ferreo della povertà e di una concezione dispotica e arcaica del potere per gli  Assad e della religione per i khomeinsiti. Ma molto spesso gli antagonisti tutto questo non vogliono vederlo, forse perché non affronta, non parla al loro senso di colpa. (Apparso su Il Mondo di Annibale il 30 ottobre 2011).