I nemici-amici di Bashar al Asad

(di Lorenzo Trombetta, Europa Quotidiano) Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha bisogno della Guida suprema della rivoluzione iraniana, l’ayatollah Ali Khameni. E viceversa. Così come Netanyahu ha bisogno del movimento sciita libanese Hezbollah. E viceversa. Una convergenza di interessi che rischia di essere alterata dall’eclissi del potere degli al Assad in Siria. Da qui la necessità di ambienti d’Israele legati all’attuale governo di soccorrere, in primis a livello mediatico, il suo “nemico” migliore.

Così prima Debka, il sito di disinformazione degli spioni israeliani, pubblica notizie non confermate che avvalorano la tesi del complotto occidentale contro Damasco (truppe del Qatar e della Gran Bretagna a Homs col supporto della Turchia). Quindi, il Site intelligence group, anch’esso legato a Israele, dà ampio risalto all’appello di al Qaeda – per bocca del suo sedicente leader Ayman al Zawahiri – rivolto a tutti i musulmani perché mettano in atto il jihad in Siria contro la dittatura e perché non si affidino ai paesi arabi, alla Turchia e agli Stati Uniti.

All’indomani del duplice attentato di Aleppo del 10 febbraio scorso, attribuito da Damasco a non meglio precisati terroristi, il gruppo editoriale californiano McClatchy diffonde la notizia secondo cui – a sentire anonime fonti di intelligence statunitensi – gli attacchi nella capitale siriana andrebbero collegati alla presenza dell’ala irachena di al Qaeda. Le “rivelazioni” americane sono state prontamente riprese dai media israeliani. E dall’agenzia ufficiale siriana Sana.

Nei giorni seguenti è apparsa sul New York Times un’inchiesta dal confine iracheno-siriano dedicata a come, dopo anni di traffici di combattenti e di armi dalla Siria all’Iraq in funzione anti-americana, il flusso illegale si è invertito: dall’Iraq alla Siria in fiamme. Le testimonianze raccolte dal quotidiano americano mostrano però che, in questi traffici, la componente qaedista è marginale; la sua presenza sul terreno è ancora tutta da dimostrare.

Il gruppo che più di altri si mostra solidale con la rivolta siriana, con l’invio di armi e di uomini, appartiene agli ambienti tribali della provincia di al Anbar, a maggioranza sunnita e forte di secolari legami clanici con la regione siriana di Dayr az Zor.

Viene allora da chiedersi: si tratta di “terroristi” che agiscono in nome di un’agenda straniera (al Qaeda), o di “partigiani” che vanno in soccorso dei “fratelli” vittime della repressione? I media israeliani vicini all’attuale governo sposano la prima versione. Così come fanno, ovviamente, i media ufficiali siriani. Il motto è lo stesso di Gheddafi, Mubarak, Saleh: «O il dittatore o al Qaeda». Bashar al Assad lo ha già detto: «O me o cento Afghanistan», scenario-incubo che da un decennio viene associato ad al Qaeda.

Dopo l’attentato di dicembre a Damasco, il regime aveva immediatamente accusato al Qaeda. E dopo quello di gennaio sono stati accusati dei generici «fondamentalisti islamici». Ma se davvero ancora esiste al Qaeda – intesa non come marchio che chiunque usa a proprio comodo, ma come organizzazione con una dirigenza e dei bracci armati ad essa collegati – questa è la prima ad avere interesse nel vedere gli al Assad solidi al potere.

L’“internazionale del terrore” di Osama bin Laden è infatti una delle forze reazionarie che fonda la propria legittimità sull’esistenza di una guerra infinita e sulla presenza costante di nemici da combattere.

E se appare scontato e naturale che il regime siriano tenti di salvare la pelle, cercando di accreditarsi ancora – come ha fatto per lunghi anni col consenso di Washington e di Israele – come “laico” e come “baluardo” contro il terrorismo islamico, per alcuni rimane invece difficile comprendere quali interessi abbiano l’attuale premier israeliano e alcuni suoi alleati nel diffondere e amplificare le notizie della presunta presenza di al Qaeda a fianco dei rivoltosi in Siria.

Lo stato ebraico è stato spesso il bersaglio del terrorismo islamico. Ma ci sono componenti del suo governo apparentemente più interessate a “usare” il terrorismo che a combatterlo. Se rileggiamo la storia e osserviamo una carta geografica della regione, il motivo è chiaro: le forze reazionarie del Medio Oriente hanno bisogno di nemici – reali o fittizi – per mantenersi al potere o per sperare di esser confermati alle prossime elezioni in nome della “sicurezza”.

Da tempo una parte dell’establishment israeliano preme per attaccare militarmente l’Iran. Non per far cadere la Repubblica islamica, di cui ha invece bisogno in quanto nemico numero uno, quanto per rafforzare i falchi di Teheran.

Se la Siria degli al Assad si accartocciasse su se stessa, Netanyahu e compagni perderebbero invece un innocuo “nemico”, per decenni usato dagli israeliani reazionari come perno della retorica dell’accerchiamento arabo. Il governo israeliano vedrebbe inoltre indebolirsi a nord un nemico non affatto innocuo, Hezbollah. E se Hezbollah è debole, non rappresenta più quella minaccia alla sicurezza che fa gioco a Netanyahu e ai suoi alleati (Europa Quotidiano, 21 febbraio 2012).