Siria. I nostri luoghi, la nostra identità

(di Shady Hamadi, per SiriaLibano). Agli inizi del Novecento il mio bisnonno prese parte alla costruzione della moschea di Khaled bin Walid. Era un giovane operaio che doveva costruire la sua vita, insieme alla moschea. Mio padre ricorda che il mio avo gli raccontò che tutta Homs aveva preso parte all’edificazione di quel monumento.

Gli abitanti di Homs dei primi del Novecento seguirono passo dopo passo la costruzione della grande moschea che veniva eretta su una più vecchia. Gli ottomani e i cittadini della regione l’avevano voluta perché diventasse il nuovo mausoleo del grande condottiero dell’Islam.

Insieme all’orologio di Khaldiyye, la moschea di Khaled bin Walid ha rappresentato uno dei maggiori simboli della città. Ognuno di noi, noi abitanti di questa sfortunata città, ci siamo identificati in essa. Non c’entra solo la religione, c’entra l’identità territoriale, quella che ha alimentato le dispute tra gli abitanti delle province e delle città siriane: in particolare tra gli abitanti di Homs e Hama.

È vero, gli edifici si possono ricostruire, le vite umane no. Ma distruggere un luogo santo dell’Islam, un luogo che rappresenta la nostra identità territoriale e personale, non fa altro che alimentare l’estremizzazione del conflitto: questo il regime lo sa, infatti bombarda chiese e moschee.

Mentre a 20 km da Homs, ancora resiste, nonostante i colpi d’artiglieria, quella che Lawrence d’Arabia definì “la più imponente fortificazione del Medioriente”: il Krak dei cavalieri.

La fortezza costruita dai crociati, che ha resistito a numerosi assalti e che domina la vallata dall’alto della montagna, ha fornito riparo agli uomini; persino mille anni dopo la sua edificazione. Ed è proprio per aver offerto riparo agli abitanti della cittadella e a quelli della vallata che le sue imponenti mura hanno dovuto sopportare, resistendo, lo scempio dell’artiglieria che non rispetta la Storia.

Ricordo la prima volta che andai a vedere la fortezza, avevo 16 anni. Mio cugino Bassam, nato e cresciuto all’ombra dei bastioni, conosceva il castello come le sue tasche. Mi portò su di un muro di cinta. Rimasi sbalordito dalla larghezza: misurava 8-9 metri.

Potevamo osservare tutta la piana, i villaggi circostanti e le case del paesino del Krak. Ci sentivamo potenti, come si sentono gli adolescenti. La notte, seduti in balcone a mangiare arachidi, guardavamo nel buio e trovavamo la sagoma della fortezza, lì, inconfondibile, a darci sicurezza.

Le uniche certezze che abbiamo, auspicando che la Siria del domani sia quella del nostro passato, sono quei luoghi, così cari alla nostra memoria che potranno farci riconoscere un Paese che scompare, sepolto dal sangue mischiato all’indifferenza.