I due scontri di civiltà

Non c'è costrizione nella religione - Kafranbel لا إكراه في الدين

(di Andrea Marchesi, per SiriaLibano). Chi è l’intellettuale occidentale? L’ho compreso solo oggi; è un uomo che sa fare solo due cose: o lotta per l’Occidente, e allora si ascrive un fardello messianico che si macchia di razzismo, oppure lotta contro l’Occidente, e allora vede in tutto ciò che è occidentale un che di decadente o di colpevole. In entrambi casi è un uomo che non si pone mai il problema di ciò che Occidente non è.

Cosa riesce a dire l’intellettuale occidentale sugli odierni fatti di Gaza? Non mi riferisco naturalmente all’opinione pubblica istituzionale, cioè ai grandi editorialisti o agli opinionisti misurati; questi si stanno comportando semplicemente con molto tatto, a volte forse eccessivo. Mi riferisco invece ad un’elite intellettuale ben definita, cioè quella capace di prendere una posizione marcata e decisa in merito ai fatti, una posizione che si direbbe ideologica. Bene, l’intellettuale occidentale, e nella fattispecie italiano, è capace di sostenere solo due posizioni: o che Israele è legittimato a compiere quello che sta compiendo, o che Israele si merita tutto quello che sta subendo. Così da una parte c’è la piccola brigata del Foglio, che da buona propaggine italiana della destra teocon organizza la sua veglia «per Israele e per i cristiani», e dall’altra abbiamo i soliti antagonisti, che ovviamente non possono che abbandonarsi ad un esatto controcanto, e quindi invocare la liberazione dall’“entità sionista”.

Qualcosa però non torna. Come si spiega infatti che tra coloro che prendono parte alla veglia figurano intellettuali che fino a poco tempo fa si sperticavano nel giustificare il regime di Asad, cioè lo stesso identico regime sostenuto dagli antagonisti? Cito Meotti e Allam, ma potrei continuare. Può darsi che siano i primi ad incorrere in una contraddizione, o puo darsi invece che lo siano i secondi. Non è questo il punto. Il punto è che entrambi alimentano due scontri di civiltà che si stanno intersecando: i teocon continuano la loro battaglia contro l’Islam radicale, mentre gli antagonisti continuano la loro battaglia contro l’Occidente, di cui Israele sarebbe un chiaro avamposto. Naturalmente ho in mente un certo tipo di antagonista, che non è genericamente contro Israele, come lo sono in tanti, ma è dichiaratamente schierato con i regimi di matrice baathista e sciita.

Chi muore dunque sotto questo fuoco incrociato? Muore l’Islam moderato, il sunnismo illuminato che ha dato vita alle primavere arabe; l’Islam che vuole i diritti occidentali, ma che vuole rimanere Islam. L’Islam di tutti quei ragazzi che vogliono fare i conti con la modernità e che quindi non ci stanno ad essere tenuti al guinzaglio da una minoranza alawita di tipo clanico. L’Islam dei padri e dei figli della cittadina di Kafranbel, quelli che scrivevano «nella religione non c’è costrizione». Questo Islam.

Il teocon dice di ritenerlo troppo poco occidentale, cioè non ancora “maturo”, e quindi nasconde il suo razzismo con un’abile mossa scettica; l’antagonista lo ritiene invece troppo occidentale, dato che anela a libertà che lui liquida come “borghesi”.

Ciò gode di una raffigurazione reale sul piano geopolitico: questo Islam si trova infatti nell’esatto crocevia di due scontri di civiltà contemporanei, quello tra l’Occidente e l’islam radicale, e quello tra l’Occidente e i vari regimi nordafricani e mediorientali, che a loro volta temono l’islamismo radicale di marca sunnita. I due scontri non sono affatto dello stesso tenore ‒ basta guardare ai rapporti commerciali ‒, ma lo sono sul piano della retorica. Per cui, dicevo, non è detto che qualcuno si stia contraddicendo; si tratta semplicemente di una convergenza di obiettivi, che naturalmente è del tutto involontaria. C’è una solidarietà segreta che unisce il teocon e l’antagonista, loro malgrado. Entrambi sono falsamente diffidenti verso un unico soggetto, gli uni per difetto, gli altri per eccesso. Per il primo sono anch’essi dei mozzorecchi, in fondo; per il secondo sono dei venduti.

L’Occidente e l’Oriente hanno di fatto concorso entrambi alla disfatta dell’Islam moderato: l’Unione Europea e gli Stati Uniti con la loro inazione, i regimi baathisti e sciiti con la repressione serrata delle rivoluzioni. Ciò ha determinato la reazione feroce dell’Islam radicale, che si è fatto sempre più forte, mentre i sunniti moderati si ritiravano in buon ordine. Si pensi ai ribelli dell’Esercito siriano libero, che si sono trovati a dover combattere su due fronti, quello jihadista e quello asadista, finendo inevitabilmente per soccombere.

Cosa c’entra tutto questo con Gaza, direte? C’entra. Infatti l’intellettuale italiano si sta comportando sempre nello stesso modo, anche in questo caso: o difende senza appello le politiche del governo Netanyahu, che sono manifestamente criminali, oppure tace sulle azioni di Hamas, che sono manifestamente terroristiche. Neanche stavolta coglie l’occasione per prendere l’unica posizione che lo preserva dall’errore morale, che è quella della neutralità. Di rado è concesso all’uomo di non schierarsi; nel caso del conflitto israelo-palestinese è invece obbligato a non farlo. Gli intellettuali in questione sperano invece che una delle due parti prevalga; in cuor loro, gli uni non riconoscono ad Israele il diritto di esistere come Stato, mentre gli altri stentano a riconoscere l’esistenza di un popolo palestinese, e quello che si dice tale lo considerano perdutamente violento.

Infine, c’è qualcos’altro su cui i due intellettuali convergono, ed è il rapporto con i cristiani; entrambi sono molto preoccupati per i cristiani, e lo sono sinceramente, non lo nego. «Asad proteggeva i cristiani», «Israele è lo stato mediorientale con più cristiani»; «i cristiani sono in pericolo», dicono tutti e due. Mai la storia del cristianesimo ha scorto cosa più spregevole, ossia dei cristiani che si preoccupano di difendere altri cristiani, e non gli uomini tutti. Giuliano Ferrara giunge persino a scrivere simili mostruosità, e cioè che i cristiani dovrebbero mobilitarsi in quanto «nazione occidentale» – come se essere cristiano designasse un’appartenenza culturale o etnica.

Dov’erano questi intellettuali cristiani quando migliaia di sunniti siriani venivano massacrati? Non erano abbastanza bianchi e occidentali? Oppure volevano diventare troppo democratici e borghesi? Quanto ancora potranno durare questo razzismo truccato da diffidenza e questo odio intellettuale? Quando comprenderanno che occorre sostenere con tutti i mezzi l’Islam moderato? Quando lo capiranno che è l’unico modo per non spianare la strada ai jihadisti e ai mercenari di tutto il Medioriente?

Mai, perché non vogliono capirlo, perché non solo contraddirebbe le loro idee, ma rivelerebbe la loro malafede. Un solo “intellettuale” lo ha voluto e potuto capire: si chiama Padre Paolo dall’Oglio. E voglio usare il presente.