Ahmad al Khatib, il regime è terrorista

Il 28 febbraio scorso Ahmad Mu‘az al Khatib, il presidente della Coalizione nazionale siriana, ha partecipato a Roma all’incontro degli Amici della Siria. Proponiamo di seguito il video del suo intervento alla conferenza stampa e il testo del suo discorso nella traduzione di Giovanni Marinelli.

Ringrazio il Governo italiano e il suo ministro degli Esteri per averci dato la possibilità di celebrare questa importante riunione. Ringrazio anche Mr Kerry e tutti i ministri degli Esteri che hanno preso parte alla riunione con l’intento di fermare la sofferenza, il dolore e la distruzione della Siria causate dalla mafia che la governa.

In primo luogo desidero dire che stiamo parlando in questo momento dopo due anni di assassinio del nostro paziente popolo e di una terribile distruzione delle infrastrutture, e dico che la rivoluzione siriana è una rivoluzione pacifica; lo ripeto affermando che il regime è l’unico che ha costretto la gente a prendere le armi, ne è prova le barbarie commesse dal regime. Non esiste al mondo nessun regime che bombarda il suo popolo con aerei e missili SCUD. Il cratere lasciato dall’esplosione di un missile a Raqqa due giorni fa misura 115 metri di diametro. Un essere umano non può, come nemmeno un animale, può sopportarne le immagini. Come può farlo chi vive sotto le bombe e vede morire i suoi figli, le sue donne e la sua gente?

C’è un punto molto importante che il regime cerca sempre di sfruttare: la presenza del terrorismo. Ho detto ai ministri degli Esteri che ci sono tre questioni di cui noi siriani, e io in quanto responsabile, siamo stufi.

La prima è il terrorismo: nemmeno tutti  i terroristi del mondo sono tanto selvaggi da fare quello che il regime sta facendo al popolo siriano.

La presenza di armi chimiche: ciò che il regime ha fatto e distrutto in Siria con ogni tipo di arma è più letale delle armi chimiche.

Il terzo punto è la questione delle minoranze. Dal suo inizio e fino a oggi il regime non ha smesso di presentarsi come protettore delle minoranze. Dirò solo una cosa: andate in Libano e guardate quello che il regime siriano ha fatto alle minoranze quando occupò il Paese. Non è rimasta una sola confessione di cui non assassinò i leader e tra i cui membri non lasciò persone scomparse. Su questo punto non ho altro da aggiungere.

C’è poi un’altra questione legata ai combattenti. Molti, e soprattutto i media, si concentrano più sulla lunghezza della barba di chi lotta che sulla quantità di sangue di bambini che viene versata. Un mese fa il regime ha bombardato con aerei 86 forni, in cui la carne dei bambini si è mescolata con il pane. Considerate questo prima di considerare la lunghezza della barba di chi lotta.

I fratelli che lottano all’interno della Siria erano in grande maggioranza pacifici, e si sono visti obbligati a prendere le armi. Non neghiamo la presenza di alcune persone con idee particolari, estranee alla nostra società. Rifiutiamo questo tipo di cose con la massima chiarezza, come abbiamo ripetuto mille volte e come continuiamo a ripetere: siamo contro qualsiasi pensiero takfiri, contro qualsiasi pensiero che pretenda imporre le sue opinioni con la forza, contro ogni pensiero che pretenda distruggere il tessuto sociale siriano.

Chi davvero esprime il carattere della resistenza è il defunto colonnello Abu Furat, uno degli eroi leader di Aleppo. Quest’uomo tristemente disse: “Mi rattrista ogni essere umano assassinato nell’altro campo, perché si tratta di una persona che ha una famiglia, dei figli, e perché è un essere umano. E noi siamo esseri umani, persone e non bestie. Mi rattrista ogni carro armato che distruggo, ma mi vedo costretto a difendere tutto il mio popolo che sta dietro di me da un apparato militare selvaggio”. Abu Furat cadde pochi minuti dopo, ucciso da un cecchino. Questa è la personalità dei combattenti in Siria.

Desidero aggiungere qualcos’altro. Non ci vergogniamo di dire che siamo combattenti islamici. L’Islam come noi lo intendiamo è un Islam che include tutti, rispetta tutti, vive con tutti, chiede il bene per tutti e dice: “tutti discendiamo da Adamo, e Adamo è fatto di fango. Tutti siamo stati creati in questa vita per collaborare, non per mangiarci a vicenda”. Non si tratta quindi assolutamente di qualcosa di male.

Passo ora ad una serie di punti importanti di cui abbiamo discusso con i ministri, ai quali abbiamo chiesto chiaramente quanto segue:

Primo, che si obblighi il regime a stabilire corridoi umanitari secondo quanto stabilito dal capitolo VII – “corridoi umanitari sicuri” – specialmente per la città di Homs, sotto assedio da 150 giorni, e per la città di Daraya, dove iniziò il movimento pacifico siriano e il cui martire Ghiyath Matar portava con le sue mani rose e acqua fresca ai membri delle forze di sicurezza. Ghiyath fu arrestato e assassinato sotto tortura, gli fu strappata la gola – la gola con cui gridava “libertà” – e fu restituito alla sua famiglia avvolto in un sacco di plastica. Da 100 giorni questa città è assediata e sottoposta ad un bombardamento selvaggio. Esigiamo che vengano stabiliti corridoi umanitari sicuri nei termini del capitolo VII, per proteggere i civili.

Secondo, che si consideri l’unità della Siria una linea rossa, con tutte le garanzie internazionali contro le voci, corrette o sbagliate che siano, in merito a intenti di dividere la Siria. Non lo accettiamo, e tutti gli abitanti della Siria lotteranno per questo.

Terzo, l’appello a negoziare deve avvenire nel quadro delle condizioni poste dalla Coalizione nazionale siriana nell’ultima  sessione della sua Assemblea generale, che includa in modo chiaro la partenza del regime e la disintegrazione dell’apparato repressivo che governa il Paese. Da qui dico, forse per l’ultima volta: “Bashar al Asad, comportati per una volta come un essere umano. È ora di smettere di uccidere questo popolo, basta massacri, basta strappare a questo popolo i suoi bambini e torturarli a morte. Prendi una decisione ragionevole nella tua vita e per il futuro di questo Paese”.

Quarto, che si conceda pienamente il diritto all’autodifesa al popolo siriano e ai suoi rivoluzionari. C’è una cosa che vorrei dire con la massima chiarezza: c’è una decisione internazionale, o segnali internazionali, di non voler fornire armi sofisticate al popolo siriano, per varie ragioni. Io dico: se è questo quello che volete, smettete di fornire armi al regime, al quale continuano ad arrivare secondo vecchi accordi.

Il punto seguente è la richiesta ai Paesi amici e fratelli che facilitino le procedure dei siriani e l’accesso alla residenza. Abbiamo osservato che alcuni Paesi hanno iniziato a rendere difficili le cose a coloro che cercano di collaborare con la rivoluzione siriana e in alcuni Paesi ci sono casi di detenzioni. Esigiamo, e questo è quello che abbiamo richiesto, che si facilitino le cose, che si offrano borse di studio e i posti letto necessari negli ospedali per le situazioni di emergenza, oltre a tutto l’appoggio possibile.

In fine, abbiamo chiesto che i Paesi vicini vengano aiutati a sostenere la pressione a cui sono sottoposti dalla crisi siriana.

Per ultimo, chiediamo che la comunità internazionale dica chiaramente che non sopporta più il crimine che viene commesso in Siria.

Concludo dicendo che oggi le nostre meravigliose città, madri della civiltà, stanno venendo distrutte. Chi lancia una pietra contro la Siria è come se la lanciasse contro sua madre. La Siria è la madre di tutti voi, perché è in Siria che sono nate tutte le civiltà della storia.

Grazie mille a tutti.