Il Libano alla luce della rivoluzione siriana

Le rivolte arabe e il Libano e le conseguenze nel Paese dei Cedri delle violenze in corso in Siria sono le questioni evocate da un lettore di SiriaLibano che ha rivolto alcune cruciali domande a Saad Kiwan, esperto del sito.

Le domande del lettore, che preferisce rimanere anonimo, saranno usate nell’ambito di una sua ricerca accademica in ambito politologico.

Ci sono attualmente le premesse per ricostruire la situazione di power-sharing pre-1975 piu’ stabile in Libano? Magari con un sistema proporzionale piu’ attuale alla demografia attuale come si era fatto dopo gli accordi di Ta’if?

Le cause che hanno portato al crollo di quello che Lei definisce “consociazionalismo” e la fine del power-sharing agreement sono ovviamente molteplici e sono anche il risultato di un accumulo di dati storici, costituzionali e strutturali del Libano come entità e come stato. Un agreement non scritto, allora battezzato “Patto nazionale”, raggiunto nel 1943 tra i “padri dell’indipendenza”. Difficilmente si può quindi ricostruire in questo breve spazio la situazione antecedente al 1975, data dello scoppio della “guerra civile”. Tuttavia, due importanti elementi-condizioni sono indispensabili per un ipotetico ripristino del “Libano della convivenza”, del Libano riconciliato con se stesso.

La prima condizione è la fine dell’attuale regime in Siria e la conseguente instaurazione di un regime democratico e pluralista. Un elemento questo che dovrebbe mettere fine a ogni mira egemonica (la “Grande Siria”) e a ogni interferenza negli affari interni del Libano. E, di conseguenza, dovrebbe portare a una normalizzazione di rapporti equi e da pari, per poter poi instaurare una proficua e utile cooperazione tra i due paesi confinanti, e garantire quindi un confronto democratico, libero, autonomo e paritario tra le forze politiche libanesi.

La seconda condizione è l’applicazione dell’“Accordo di Taef” (oramai ossatura portante della costituzione emendata nel 1991). In particolare, quel che riguarda il superamento dell’assetto confessionale – politico e amministrativo – verso uno “stato civile”. Uno stato che renda ogni libanese un cittadino e non più un membro appartenente a una comunità. In questo contesto, un sistema elettorale proporzionale potrebbe contribuire a migliorare la rappresentenza e la qualità della vita politica.

Di contro, un sistema proporzionale più attinente alla demografia attuale non sarebbe di buon auspicio per l’equilibro dei rapporti intercomunitari e per il futuro della convivenza civile. L’“Accordo di Taef” aveva già stabilito inoltre il principio di uguaglianza e di parita’ tra le comunità a prescindere del numero demografico, con un parlamento a-confessionale e un senato dove sarebbero rappresentate tutte le comunità.

Che cosa ha ispirato l’Arab Uprising in Libano?

Direi che la “primavera araba” è stata in qualche modo ispirata dalla “primavera libanese”, nota come “Intifada dell’indipendenza” nel 2005, che ha visto scendere in piazza centinaia di migliaia di libanesi in seguito all’assassinio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri, costringendo il regime siriano degli Assad a ritirare le sue truppe dal Libano dopo quasi 30 anni, e aprendo la strada a un ripristino della sovranità, dell’indipendenza e della libertà del paese. Un processo certamente difficile e tortuoso che ha incontrato, e incontra tuttora, parecchie difficoltà, ma che implica responsabilita, serietà e determinazione, in particolare da parte di chi ha assunto il ruolo di precursore di questa rivolta, cioè le forze del “Movimento del 14 marzo”.

Allo stesso tempo, numerosi osservatori hanno visto nelle rivolte arabe un incentivo e un segnale incoraggiante per rimettere in moto la “primavera libanese”, interrotta o ostacolata da diverse avvenimenti interni, esterni e regionali. In tal senso, l’uprising siriano ha fortemente indebolito il regime di Assad e la sua tendenza a imporre i suoi diktat sulla situazione interna libanese, e messo in evidente imbarazzo gli alleati libanesi del regime siriano, che sono attualmente al governo a Beirut. Le rivolte arabe hanno inoltre aperto la strada a una nuova epoca di democrazia, di libertà e di pluralismo politico e culturale, avvicinando questi paesi al già esistente “modello libanese”.

Pensate che l’attuale turmoil politico in Siria possa distogliere l’attenzione siriana dalla politica interna libanese e dare uno slancio per una nuova linea politica piu’ autonoma? O le classi politiche attuali mancano di mordente necessario per riuscire a dare una svolta allo stallo libanese?

Certamente, il turmoil in Siria ha segnato l’inizio della fine di un regime dittatoriale e repressivo, e ha messo fine alle mire espansionistiche di Damasco nei riguardi non solo del Libano. La rivolta siriana ha colto di sorpresa il governo siriano e ha ovviamente scombussolato la politica e i calcoli del regime degli Assad che si considerava, fino a una settimana prima dal sollevamento popolare, immune da qualsiasi moto per il cambiamento.

Lo stesso presidente Bashar aveva affermanto in una intervista al Wall Street Journal che “la Siria non è l’Egitto, nè la Tunisia e nemmeno la Libia” perchè “noi siamo contro Israele e la sua politica espansionistica e ci opponiamo alla politica degli Stati Uniti nella regione, appoggiamo i movimenti di resistenza come Hezbollah e Hamas, e godiamo quindi del sostegno del nostro popolo…”. Una linea che ha dimostrato, solo poche settimane dopo, la sua infondatezza e il suo fallimento.

Detto questo, credo sia ancora impossibile dire che il Libano sia ormai tranquillo e sia in grado di intraprendere una politica più autonoma. Ci sono tuttora forze e partiti che agiscono su ordine e in sintonia con il volere del regime siriano. E finché questo governo rimarrà in piedi non sarà possibile voltare completamente pagina.

Alcuni di questi partiti e forze libanesi adottano dottrine e scelte obsolete e ispirano la loro politica da potenze regionali o sono una pura emanazione e un puro strumento di paesi stranieri, come appunto la Siria. Solo la caduta del regime di Assad aprirebbe una nuova era nella politica libanese. In modo graduale ovviamente, con l’aiuto di un nuovo governo democratico che si installerà a Damasco. Siamo ora in una fase di gestazione di quel che verrà.

Nel caso inizi una guerra civile “ufficiale” in Siria, sono fondati i timori di uno “spilling over Lebanon”? 

Non c’è dubbio che l’eventuale trasformazione della rivolta siriana in una guerra civile in Siria metterebbe in pericolo il fragile equilibro interno del Libano. Perchè innanzittuto c’è chi, come abbiamo accennato prima, si schiera con il potere siriano e vorrebbe difendere il regime degli Assad (già lo sta facendo in qualche modo ora a Beirut). E perché il tessuto politico-comunitario libanese (sunniti vs sciiti e alawiti, poi ci sono i cristiani) non è certo immune dalle tensioni insite nello stesso tessuto comunitario siriano, più o meno identico (sunniti vs alawiti, e la minoranza cristiana).

Oltre all’interesse che ha lo stesso regime siriano di “tenere calda la piazza libanese” rimasta praticamente l’unica “trincea” da usare, come lo sta facendo ora. Come ci sono anche delle forze già schierate a favore della caduta del potere attuale in Siria. Ma l’incognita-pericolo maggiore è rappresentato in particolare da quel che sarà l’atteggiamento che assumerà il filoiraniano Hezbollah in seguito alla caduta del regime: va alla guerra o sceglierà il dialogo?. E su questo si dividono analisi e opinioni.