Papa in Libano, distanze tra il Vaticano e i suoi fedeli d’Oriente

(di Antonio Picasso*, per SiriaLibano) «Speriamo che porti a qualcosa». Il vescovo Makarios osserva dubbioso il tramonto sul mare di fronte a Beirut. È trascorso oltre un mese dal viaggio pastorale di Benedetto XVI in Libano e l’entusiasmo che ha coronato l’evento appartiene al passato.

Nei giorni che avevano preceduto la visita, presso la cristianità beirutina si percepiva un’armonia del tutto anomala. E quando mai infatti i cristiani in Libano sono stati uniti? «Da tempo non si respirava così tanta cordialità tra tutte le Chiese com’è stato in quei giorni», dice ancora il vescovo. «Però ammettiamolo: cosa avrebbe potuto fare il papa?» A mente fredda, emergono le negatività di un viaggio che, da un lato, è stato certamente coraggioso. Sono stati proprio i vertici delle Chiese d’Oriente ad ammetterlo. Dall’altro però, si è trattato di un’esportazione in Libano di quella che è la Santa Sede. Fatta di protocolli, cerimoniale e rallentamenti burocratici.

«Prendiamo il giorno della messa solenne», quella che il papa ha celebrato al Waterfront a Beirut. C’erano almeno trecentomila fedeli. Di fatto è stato un successo. «Un successo d’accordo – prosegue Makarios – ma nessuno ha pensato che celebrare una messa così lunga lì, sotto il sole di mezzogiorno del Libano ancora in estate, sarebbe stato terribile. Dai fedeli ai sacerdoti, soprattutto quelli più anziani, state tranquilli che non è un evento che ricorderanno con emozione». Difficoltà gestionali.

Gli spazi e i tempi erano quelli. Non ci sono state molte alternative. «È vero. Allora parliamo della liturgia. Ci hanno fatto concelebrare una messa di rito latino, con musiche e canti latini, senza il minimo accenno alla orientalità». Il vescovo Makarios parla italiano, francese e arabo ovviamente. Legge in greco e latino meglio che in qualsiasi lingua occidentale contemporanea. Ha studiato per tanti anni a Roma. Tuttavia le sue origini non le dimentica.

Aleppino di nascita, libanese di residenza. «Conosciamo così tanti bei canti, che tutti i fedeli avrebbero potuto intonare, invece ci hanno costretto ad ascoltare la loro musica. Non che sia brutta, non dico questo. Ma perché tenere l’altare separato dai fedeli?» Osservatori vicini alla Santa Sede replicano dicendo che sarebbe stato impossibile mettere d’accordo le quattro Chiese patriarcali che, pur essendo tutte in comunione con Roma (sui juris), seguono ciascuna il proprio ed esclusivo rito.

Al di là delle benedizioni e dei messaggi di pace, il gap tra mondo arabo e Vaticano resta. È una distinzione strutturale. E nessuno ha l’intenzione di colmarla. Da Beirut, Benedetto XVI ha esortato il mondo a darsi una mossa per la pace nella regione. L’invito però non sembra aver portato i frutti sperati. Le sorti della guerra in Siria tendono al peggioramento. E non solo per i cristiani. Tra le intenzioni della Santa e Sede e quelle della comunità internazione ci scorre un fiume di indolenza.

Ci saremmo dovuti aspettare il contrario? No. Il viaggio serviva a riposizionare i cristiani nella crisi siriana. E quindi non a mettere pace a Damasco. Avrebbe dovuto indurre patriarchi, clero e fedeli a sfilarsi dall’alleanza con il governo Assad. Ma questo non è riuscito. Primo perché è impossibile svincolare la minoranza cristiana in Siria da un regime che essa stessa ha contribuito a costruire e radicare. Secondo perché Roma e Chiese mediorientali percorrono strade parallele e non hanno alcuna intenzione di sforzarsi per convergerle.

D’altra parte, il Vaticano è convinto che l’unica soluzione per la crisi siriana debba essere politica. Nei giorni scorsi era stato annunciato dal cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, l’invio a Damasco di una rappresentanza episcopale del Sinodo attualmente in corso a Roma. Della delegazione avrebbero dovuto far parte i cardinali Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa, Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e Timothy Dolan, arcivescovo di New York.

La delegazione sarebbe dovuta esser guidata da monsignor Dominique Mamberti, Segretario per i rapporti con gli Stati. Tuttavia, dopo l’annuncio e l’euforia provocata, ma soprattutto dopo l’attentato che a Beirut ha ucciso un capo dell’intelligence libanese, l’iniziativa è stata rinviata sine die. Evidentemente siamo tornati ai problemi di metà settembre e alle debolezze strutturali dietro la visita pastorale.

Il Santo Padre è sbarcato a Beirut come pellegrino ed è stato invece ricevuto in qualità di Capo di Stato. Politica e religiosità. Concretezza e spiritualità. Le due anime della Chiesa sul Mediterraneo – quella europea e quella mediorientale – si sono rivelate strutturalmente lontane. È sufficiente leggere i documenti firmati in quei giorni per capire come siano andate le cose.

Il papa è arrivato a Beirut per siglare l’esortazione apostolica dal titolo Ecclesia in Medio Oriente, che – sulla scia del sinodo delle Chiese d’Oriente di Roma del 2010 – sprona la cristianità locale alla pace, al dialogo interreligioso e al ritrovamento dell’unità. Due di questi tre obiettivi, i cristiani del Libano – ma anche della Siria, dei Territori palestinesi e di tutte le altre nazioni della regione – non hanno la minima intenzione di renderli concreti. Perché chi vuole parlare con l’Islam, non intende fare lo stesso con l’ebraismo. E viceversa. Per l’unità delle chiese, poi, è fuori discussione che qualcuno si muova dalle proprie tradizioni, rinunciando a identità, riti e soprattutto prebende. I maroniti vogliono restare i maroniti. I melchiti sono melchiti. E così pure per i siri e copti-cattolici, i caldei e via di seguito. Peggio ancora per quanto riguarda il confronto tra cattolicesimo e ortodossia.

Ma non è questo il problema più immediato. Nel discorso di apertura della visita, Benedetto XVI ha detto di aver scelto il 14 settembre per arrivare a Beirut perché è proprio questo il giorno della Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Una celebrazione che avrebbe dovuto essere condivisa da tutte le congregazioni. Da un punto di vista liturgico e rituale così è stato.  I media però hanno voluto ricordare l’altrettanto coincidente anniversario del massacro di Sabra e Chatila, del 16 settembre 1982. Quel giorno le Falangi del clan dei Gemayel, una delle milizie protagoniste della guerra civile, portarono a termine una strage nel campo profughi palestinese alla periferia di Beirut. Il tutto mentre l’esercito israeliano, che occupava la città, stava a guardare. O forse prese parte, in qualche maniera, all’eccidio. Addio festa della Croce quindi e avanti con  le strumentalizzazioni.

Il papa si è definito «pellegrino di pace, amico di Dio e degli uomini» e che la sua visita è stata volta alla «riscoperta della identità del battezzato e della Chiesa e costituisce un appello alla testimonianza della comunione». Una riflessione bellissima, ma evidentemente distante da quella del patriarca melchita, Gregorio III Laham, il quale ha chiesto alla Santa Sede di impegnarsi per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, in vista del «riconoscimento dello Stato palestinese». Roma antepone a tutto il messaggio spirituale del Vangelo, per poi proiettarlo nella vita pratica e della politica. In Medio Oriente questa sequenza metodologica manca. La parola di Dio ha un immediato significato politico. E questo lo si vede ogni domenica, quando ogni vescovo, parroco o sacerdote non perde occasione per sfruttare il pulpito dell’omelia per fare politica.

Differenze quindi. Volutamente incolmabili. Senza che nessuna delle due parti lo ammetta. Quel che resta condivisa è l’illusione che il Vaticano, dall’alto delle sue celebrazioni, ancora così distanti dai fedeli, e le singole Chiese, politicamente impegnate con i governi nazionali (leggasi compromesse), possano trovare una soluzione congiunta per la pace.

«Non è possibile», chiude il vescovo Makarios. «Però speriamo che questo viaggio ci esorti davvero a fare qualcosa». (26 ottobre 2012).

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* Antonio Picasso, giornalista, è autore del volume “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010).

 

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