In ricordo di Saadallah Wannus…

Quindici anni fa moriva Saadallah Wannus, uno dei più importanti – se non addirittura il più importante – drammaturgo del mondo arabo.

Nato nel 1941 a Hussein al Bahr, poco lontano dal porto siriano di Tortosa, è stato protagonista indiscusso della scena teatrale araba già dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso e un punto di riferimento per gli intellettuali del suo tempo.

Si formò a Parigi all’istituto di studi teatrali della Sorbona, per poi fare ritorno nel suo Paese, dove si dedicò a quello che lui stesso definiva “teatro di politicizzazione” (masrah al-tasyiis), un teatro che veicolava messaggi sociali e politici e che – grazie alla sua immediatezza – riusciva nell’intento di coinvolgere gli spettatori in prima persona.

Si è spento nel 1997 poco più che cinquantenne, in seguito a una lunga malattia.

Lo ricordiamo oggi con le parole che sua figlia Dima, giornalista e scrittrice a sua volta, gli dedica sulla pagina culturale di al Safir:

Lo misero su una stretta barella di ferro. Un lenzuolo bianco pendeva dai due lati. Aveva gli occhi chiusi. E nel momento in cui lo portarono fuori dalla sua stanza, aprì gli occhi quanto più poté. Mi cercò. Rimasi a guardarlo in silenzio. Mi guardò negli occhi. Credo che vi abbia incontrato solo vuoto e desolazione. Sorrise con fatica e mi sussurrò la sua solita frase: “Non aver paura”.

Nessuno di noi due sapeva che sarebbe stata l’ultima volta che usciva di casa. Eppure dopo qualche giorno mi sorrise con lo stesso sorriso, ma era nella stanza numero 208. Quel sorriso dopo quindici anni continua a essere la mia finestra sulla vita. Ne ricordo i minimi dettagli. Quell’emanazione piacevole di tenerezza e paura quando scaturiva da labbra secche e stanche. Andavo a trovarlo ogni giorno. Mi fermavo davanti alla porta della stanza. Guardavo il numero 208 e pensavo: “Se la stanza non avesse avuto questo numero, la situazione sarebbe stata migliore di quella che è?”

Entravo con circospezione. Sarei voluta scomparire. Andavo verso il suo letto. Vedevo che aveva gli occhi chiusi. Mi avvicinavo. Gli mettevo un dito sotto il naso. Sentivo il respiro venir fuori caldo e così i battiti del mio cuore rallentavano. Respirava.

Una mattina decisi di non andare. E non lasciai la mia stanza per tutto il giorno. Il nastro girava nel registratore senza fermarsi. Il nastro di Jacques Brel che cantavamo a squarciagola e piansi. Poi gli parlai. Lo pregai di non lasciarmi sola. Gli promisi che ci saremmo divertiti di nuovo. Che saremmo andati insieme nei caffè che amava e che erano rimasti in pochi. Piangevo. E cantavo. E dimenticai che la notte aveva gettato la sua ombra sulla mia finestra. Jacques Brel cantava. Mi addormentai alle dieci di sera. Mi svegliai all’una. Mi alzai dal letto. Mi infilai i vestiti. E aspettai. Sapevo che uno di loro sarebbe arrivato da un momento all’altro a prendermi. Suonò il campanello. Aprii la porta. Apparve la dottoressa Mari Elias col volto stanco. La abbracciai brevemente e sapevo. Senza scambiarci parole. Lo sapevo. Salimmo in macchina e non ricordo chi era alla guida. Ma ricordo bene la mia sorpresa di allora nel vedere che i semafori erano ancora in funzione. E che il guidatore dovesse fermarsi col rosso. La vita non si era fermata dunque. E Mari, gentile, non disse neanche una parola. E io lo sapevo.

Il corridoio stretto che portava alla stanza 208 era affollato. Sentii piangere e cercai mia madre che si perdeva con la sua magrezza e il suo pallore tra la folla. La vidi sorridermi anche con fatica mentre i suoi occhi come prugne mature lanciavano sguardi. Mi fermai davanti alla porta chiusa della stanza. Zia Suad, la moglie di Abd al Rahman Munif, mi spinse con tenerezza. Mi disse di entrare nella stanza per salutarlo. Ma io non volli. Ebbi paura di non incontrare quel sorriso. Ebbi paura che la vita si sarebbe fermata se mettevo il dito sulle sue labbra e non sentivo quel calore. Ebbi paura di scuoterlo per svegliarlo, mentre soffriva perché non poteva abbracciarmi. E lo sentii sussurrare da dietro la porta della stanza: “Non avere paura”.     

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Di Saadallah Wannus è disponibile in italiano:
L’ultimo ricordo, traduzione di Monica Ruocco, Jouvence 2004.