Insieme, Il ‘revisionismo storico’ della campagna di Asad

Sawa, "Insieme siamo più forti"Amal Hanano analizza la strategia mediatica dietro la recente campagna elettorale di Bashar al Asad, improntata sul motto Sawa (insieme).

La giornalista di origine siriana fa notare come il regime si sia servito delle immagini della rivoluzione per capovolgerle e utilizzarle per la propria propaganda: bambini che scrivono sui muri della scuola, gruppi di persone che uniti abbattono il muro dell’oppressione sono finiti nei video della campagna per sostenere la candidatura di Bashar al Asad.

“Sembra che il presidente della Siria stia invitando a una rivoluzione.” – annota Hanano – Ma quella rivoluzione è già avvenuta. E quella rivoluzione è stata uccisa”.

Inoltre – prosegue – le storie raccontate nei video sembrano fluttuare in una realtà idealizzata priva di concretezza storica: “Perché innalzare una bandiera siriana all’interno della Siria è considerato un tale atto di sfida? Perché la Siria ha bisogno di essere ricostruita?”

Di seguito il testo integrale della sua analisi. Da leggere tutta.

(di Amal Hanano, per Vice News. Traduzione dall’inglese di Caterina Pinto). Una bambina siriana è sgomenta di fronte ai tetri muri della scuola, grigi e chiazzati. Si sveglia nel bel mezzo della notte, va a scuola con una torcia e un pennarello e comincia a disegnare. Presto altri bambini si uniscono a lei con torce e pennelli. Insieme dipingono un murale colorato per ricoprire le chiazze di vernice.

Un uomo è seduto con la sua famiglia in una stanza illuminata da una candela. L’unica finestra è bloccata da un grosso muro ricoperto di slogan politici. Decide che ne ha avuto abbastanza. Si dirige con un martello e una scala a pioli verso il muro che si erge all’esterno e inizia a picconare il cemento. Una folla si unisce a lui con scale più lunghe e strumenti migliori. Insieme buttano giù il muro e fanno entrare la luce del sole nelle camere buie.

Questi scenari metaforici non sono storie ispirate alla rivoluzione siriana, ma invece sono scene tratte dai video ufficiali della campagna elettorale di Bashar al Asad del 2014. Il tema della campagna è Sawa, “insieme”. (Il referendum precedente su Asad del 2007 ruotava attorno allo slogan molto più egocentrico: “Ti amiamo”). Gli slogan della campagna giocano sul concetto di unità in tutti i settori: “Insieme siamo più forti”, “Insieme ricostruiremo”, “Insieme resisteremo”, “Insieme renderemo di nuovo bella la Siria”, “Insieme la lira siriana diventa più forte”, “Insieme torna la sicurezza” e – naturalmente – “Insieme contro il terrorismo”.

Secondo Asad, le elezioni – previste per il 3 giugno – sono le prime elezioni della storia moderna della Siria. Quest’anno le persone possono scegliere tra Asad e un pugno di candidati semi-sconosciuti vagliati e approvati dal regime perché “concorrano” contro il presidente che ha ereditato il potere nel 2000 da suo padre Hafez che aveva governato dal 1971.

Nel mezzo della violenza incessante, il bombardamento aereo continuo delle città siriane da parte del regime e con quasi metà dei 24 milioni degli abitanti del Paese che sono stati costretti a lasciare le proprie case, l’idea di poter “scegliere” o persino di poter tenere le elezioni non è nient’altro che una rozza presa in giro del paesaggio insanguinato di perdita reale.

L’immagine del presidente è assente nei video se non in una firma incorporea di sostegno che appare nel finale. Una collettività fotogenica agisce in nome del leader. Con un messaggio politico scaltro basato sulla gente piuttosto che sul dittatore, i video della campagna confezionati da professionisti si appropriano in modo surrettizio proprio della narrativa della rivolta che il regime ha schiacciato: bambini che scrivono sui muri della scuola nel mezzo della notte e cittadini che letteralmente abbattono il muro della paura. Azioni che hanno portato la gente a essere torturata, arrestata e uccisa in massa.

I video, tra l’altro, ignorano la realtà presente per concentrarsi su un futuro idealizzato privo di una piattaforma politica o di un piano visibili. Cosa c’è sotto le chiazze di vernice grigia sul muro della scuola? Perché c’è una barriera di cemento che incombe e deve essere rotta? Perché innalzare una bandiera siriana all’interno della Siria è considerato un tale atto di sfida? Perché la Siria ha bisogno di essere ricostruita? Così come l’assenza del volto di Asad nella campagna, c’è un sentimento inquietante di amnesia deliberata che non tiene conto dell’attuale clima disastroso e neppure del numero devastante di vittime, delle persone fuggite o della distruzione.

In questi tre anni ho incontrato e letto storie strazianti di ex detenuti politici siriani. Tra le varie esperienze brutali che hanno vissuto nelle prigioni di Asad c’è l’imposizione di una benda da portare sempre sugli occhi all’interno delle celle affollate. Anche durante il sonno. Ai prigionieri è imposto di non vedere. Uno dei motivi per cui sono stati gettati in prigione è in primo luogo perché hanno visto troppo. Vedere troppo e – quel che è peggio – protestare per questo è un crimine nella Siria di Asad.

Oggi la Siria è divisa tra le persone che non riescono a ignorare gli orrori che hanno visto in questi tre anni, e quelli che sono più che mai desiderosi di stringere di più la benda che hanno sugli occhi.

Il regime insiste a confezionare revisioni insultanti della storia persino mentre i barili bomba cadono giù da aerei siriani su quartieri residenziali. Insinua che il sangue di bambini siriani torturati può essere semplicemente ricoperto da una mano di vernice e dimenticato. Dichiara che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è lavorare insieme e ricostruire una nuova Siria sotto il vecchio regime.

La visione propugnata dalla campagna Sawa è una Siria che non è per tutti i siriani. Promuove il contrario dello stare “insieme”. È una Siria fatta per chi desidera rimanere con la benda sugli occhi e la bocca tappata. È questo il futuro che attende chi continua a interpretare i ruoli che gli sono stati assegnati, a disegnare quello che gli è permesso disegnare, a cantare le parole che gli vengono dettate, a innalzare la bandiera che è stato autorizzato a sollevare. Questi siriani saranno sani e salvi.

Il 3 giugno 2014 non ci sarà possibilità di scelta per la maggioranza dei siriani. Proprio come non v’è stata scelta nel 1971, 1978, 1985, 1992, 2000 e 2007.

Un movimento senza leader

Un movimento senza leader, spinto solo dalla volontà della gente; il coraggio di bambini che di notte hanno disegnato sui muri delle loro scuole; l’audacia della moltitudine che ha picconato un muro per far entrare la luce; la folla che è salita per le scale dei propri monumenti storici per ammainare una bandiera che sventola in segno di sfida su una terra chiamata Siria. Sembra che il presidente della Siria stia invitando a una rivoluzione. Ma quella rivoluzione è già avvenuta. E quella rivoluzione è stata uccisa.

Nonostante gli errori di calcolo fatali della rivolta, il brancolio immaturo dell’opposizione, i crimini dei ribelli armati, nonostante il prezzo salato pagato dai siriani, le rivendicazioni di libertà e dignità della rivoluzione sono tuttora valide e giuste. Non importa quanto sia viscida la propaganda, non si può produrre e consumare l’errato come giusto.

Se il regime e i suoi sostenitori avessero semplicemente guardato fuori dalle loro finestre in quei mesi fatidici della primavera e dell’estate 2011, avrebbero visto scene reali di unità e di coraggio, anziché riproduzioni insensibili. Folle di giovani siriani visionari determinati che tiravano giù i muri dell’oppressione con le loro voci e le loro bandiere. Avrebbero visto attivisti, cittadini, giornalisti e medici combattere con le loro penne, le loro macchine fotografiche e i loro bisturi per proteggere la verità e il ricordo di coloro che hanno sacrificato le loro vite per raccontarla. E li vedrebbero ancora adesso.

Se solo avessero riconosciuto le scene che scorrevano al di là dei loro muri isolati, ci sarebbero probabilmente oltre 160 mila siriani ancora in vita e 9 milioni di siriani ancora nelle loro case. Probabilmente il 3 giugno in Siria ci sarebbero elezioni storiche e legittime.

E invece siamo costretti a guardare il teatrino della propaganda vendere ai siriani false scelte e sogni di un futuro impossibile. Il vero messaggio è scritto dalla mano invisibile di un tiranno sicuro di sé che ricorda alla Siria e al mondo che l’oppressione feroce governa, la forza senza limiti vince e la paura conquista.

Il 3 giugno la metà dei siriani voterà con la benda sugli occhi e l’altra metà guarderà con gli occhi spalancati. E noi tutti saremo testimoni della morte lenta del nostro Paese. Insieme.