Intervista a una “terrorista” siriana

(di Lorenzo Trombetta, Europa Quotidiano). Bussano alla porta e Sham sobbalza. Guarda dritto negli occhi Ghazi, che distoglie lo sguardo dallo schermo del computer. Si alza e va ad aprire. Non prima di aver chiesto chi è, di aver guardato nello spioncino. Appare una donna con un carrello pieno di scope al seguito. E solo l’addetta alle pulizie. Sham torna a respirare e a sorridere. «Ogni volta che sento bussare alla porta il mio cuore smette di respirare».

Tanta è stata la tensione che si era creata per pochi secondi nella stanza dove sto intervistando Sham, pseudonimo di una giovane attivista siriana per i diritti umani. Per un attimo la tensione aveva coinvolto anche me. Siamo a Beirut, in un “posto sicuro”, dove Sham sta ricostruendo la rete di contatti dopo che il 16 febbraio scorso quasi tutti i membri della squadra di attivisti e giornalisti a cui lei faceva capo è finita in carcere. Tra loro spiccano i nomi di Razan Ghazzawi, nota blogger già arrestata nei mesi scorsi, e Mazen Darwish, fondatore e direttore del Centro siriano per i media e la libertà di espressione (Scm), anche lui finito più volte in prigione.

Sham è stata fermata ma rilasciata dopo qualche ora. «Ho un passaporto diplomatico», mi spiega, ma preferisce non rivelare il paese che ha rilasciato il documento. Sham ha 26 anni. Dopo il liceo a Damasco è partita per gli Stati Uniti, dove ha studiato legge e si è specializzata in diritto internazionale. «Sono una human rights activist», dice pronunciando il titolo in inglese, forse per conferire al suo impegno più autorevolezza di quella contenuta nel termine arabo nàshit, sempre più spesso sinonimo – sulla stampa siriana di regime – di “infiltrato”, “manipolatore”, “collaborazionista degli americani”, “terrorista”.

Sham era tornata a Damasco nell’estate del 2010. «Per unirmi a Mazen e agli altri. Ma con loro lavoravo già da qualche anno a distanza ». Darwish è uno dei più rispettati giornalisti e attivisti per la libertà di stampa del suo paese. Da anni ogni mese stilava dettagliati rapporti sulle violazioni commesse dal regime siriano, inserendo nei suoi fogli Excel non solo nomi e cognomi dei giornalisti arrestati o aggrediti, ma anche i dettagli della loro detenzione o delle intimidazioni ricevute. L’archivio cartaceo e digitale del Scm è uno dei più aggiornati e ricchi in materia. «Ma in gran parte era nell’ufficio di Damasco, e di molti dati non era stata fatta una copia», ammette sconsolata Sham. Ghazi – che ascolta la conversazione mentre monitora col suo laptop le notizie che giungono da Homs – scuote la testa in segno di critica.

Chiedo a Sham di raccontarmi i fatti con ordine: «Era poco dopo mezzogiorno, credo. Eravamo tutti in ufficio. Quattordici del Scm più due ospiti. Aspettavo una visita da un momento all’altro. Ho sentito bussare, molto lievemente tanto che solo io che ero vicino alla porta ho percepito le nocche sul legno. Ho aperto noncurante, e ho trovato di fronte a me uomini armati con le pistole puntate. Ho urlato e poi è stato tutto turbinio di voci, spintoni, minacce… I ricordi qui sono confusi ma erano uomini dei servizi di sicurezza dell’aeronautica».

Il lettore poco avvezzo ai metodi del regime di Damasco può trovare strano che l’intelligence dell’aeronautica si occupi di arrestare attivisti politici. Nella Siria degli al Assad è invece normale. Le mukhabarat jawiyya, nome con cui sono note, sono una delle quattro agenzie di controllo e repressione del sistema di potere fondato quarant’anni fa da Hafez al Assad, padre dell’attuale raìs. Assad padre aveva scalato i gradi militari come ufficiale dell’aereonautica; arrivato al potere e nei lunghi anni in cui si mantenne ai vertici della piramide scelse sempre i suoi uomini più fedeli al comando di quest’agenzia, deputata di fatto al controllo sul territorio di ogni tipo di dissenso.

«Quelli della jawiyya li riconosci dalle cartucciere verdi che portano sempre sopra le giacche o i maglioni», ricorda Sham mentre accende il suo nuovo Mac portatile, appena comprato a Beirut. «A tutti hanno sequestrato computer, telefonini, hard disk esterni, penne Usb…».

Lei e Sham non sembrano avere problemi di soldi. Il “posto sicuro” dove per ora abitano è centrale e ben arredato. Alla figlia di un diplomatico, penso, è difficile che manchi il danaro. «Ci hanno chiuso tutti in un’unica stanza. Ci hanno perquisito. Gli abbiamo detto che non avevamo compiuto nessun reato.

E ci hanno risposto che era un’operazione di routine… Dicono sempre così, “operazione di routine”. Poi sparisci per anni». Sham racconta che dopo circa quattr’ore di fermo in una stanza hanno diviso uomini e donne e portati via tutti. Tranne lei. «Con me non sapevano che fare. Non si aspettavano di trovare una protetta dall’immunità diplomatica. Ma hanno comunque rovistato tra le mie cose nelle borsa. Cosa vietata dal diritto internazionale. Gliel’ho ricordato ma mi hanno risposto che la prima ad aver violato la legge ero io…».

Il resto di quel che è successo agli altri del gruppo Sham lo ha saputo dalle donne arrestate, rilasciate 48 ore dopo ma con l’obbligo di recarsi ogni giorno alla sede della jawiyya per essere interrogate. «Sono stati tutti caricati su grandi pullman per i detenuti. Quelli senza finestre sui lati. Per non avere intralci nei movimenti, avevano persino bloccato tutto il viale su cui si affaccia il portone dell’ufficio».

La sede del Scm è in un anonimo edificio di via 19 maggio, nel centro moderno di Damasco, a due passi dalla piazza del governatorato, teatro di raduni filo-regime. Le 16 persone arrestate sono state portate al quartier generale della jawiyya a Mezze, vicino l’aeroporto militare, nella parte nord-occidentale della città. «Gli uomini sono stati ammanettati e bendati, le donne solo bendate. Da quel momento abbiamo perso ogni contatto con Mazen (Darwish) e gli altri», afferma Sham. «Temiamo il peggio. Non escludiamo che li possano aver già torturati». Gli uomini della jawiyya non hanno una buona fama. «Le donne non sono state maltrattate fisicamente ma ogni giorno sono sottoposte a interrogatori fiume».

Sham fornisce l’elenco degli arrestati: Mazen Darwish e sua moglie Yara Badr, giornalisti; Hani Zitani, docente universitario e sua moglie Sana, laureata in sociologia; Abdel Rahman Hamada, studente di contabilità; Hussein Gharir, laureato in ingegneria informatica; Mansur al Omari, laureato in letteratura inglese; Joan Fersso, laureata in letteratura araba; Mayada Khalil, laureata in archeologia; Ayham Ghazul, dentista; Bassam al Ahmad, laureato in letteratura araba; Razan Ghazzawi, laureata in inglese e blogger; Rita Dayub; i due visitatori Shadi Yazbek e Hanadi Zahlut. «Non ci siamo mai occupati di politica, il nostro lavoro è solo documentare i fatti», ripete Sham. Le faccio notare che nella Siria degli al Assad già questo è “fare politica”.

All’indomani dell’arresto di Darwish e della sua squadra, Sherif Shehade – noto megafono del regime, intervenuto ad al Jazeera – ha accusato Darwish e il suo centro di «terrorismo». Sham si è appena fatta la doccia e si fa intervistare seduta con le ginocchia raccolte al petto (Europa Quotidiano, 25 febbraio 2012).