Khaled Khalifa, A che serve scrivere?

Lo scrittore siriano Khaled Khalifa ha vinto la medaglia Nagib Mahfuz per la letteratura 2013 con il suo La sakakin fi matabikh hadhihi l-madina (Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città).

Khalifa che non ha mai lasciato Damasco, neppure dopo aver subito un pestaggio nel maggio 2012 per il suo impegno nella lotta per la libertà del suo popolo, non ha potuto ritirare personalmente il premio.

Di seguito la traduzione del suo discorso di ringraziamento che è stato pubblicato integralmente sul sito Bawabat al-Ahram.

Per la prima volta la scrittura si trova faccia a faccia con se stessa a dover rispondere a una domanda insidiosa: cosa può fare quando la morte diventa vergognosa fino a questo punto? Per la prima volta mi interrogo disorientato sull’opportunità di scrivere.

Confesso che le mie illusioni sulla scrittura si sono dissolte quando mi sono reso conto che siamo persone estremamente deboli. Non siamo capaci di aiutare un bambino in un campo profughi e riportarlo al calore della sua casa, o il corpo di un uomo ucciso da un cecchino solo perché passava nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ma allo stesso tempo la scrittura mi ha permesso di vedere qualcosa che non avevo il coraggio di riconoscere prima: lavoriamo in una condizione di felicità perché creiamo bellezza. Contribuiamo a rendere l’esistenza meno solitaria e meno dura. Non facciamo trionfare l’oppresso, ma l’aiutiamo a raccogliere le forze e a lottare per la sua causa. Non possiamo convincere una donna abbandonata che la solitudine non è così male, ma possiamo rendere la sua solitudine meno dolorosa.

Smascheriamo tiranni, opportunisti e assassini, ma non siamo un tribunale che emette verdetti. Così mi rendo conto che il romanzo ha cambiato la mia vita: mi ha reso meno crudele e più attento ad emettere verdetti che non accettano discussioni. Perché nel romanzo tutto può essere discusso, trasformato e può muoversi tra strane possibilità. Questo semplicemente perché è il racconto dell’uomo che continua ancora a interrogarsi sulla felicità, l’amore, l’odio e che ancora insegue la sua domanda principale – e mi riferisco qui alla morte.

Il romanzo arabo ha iniziato a scavare in se stesso e nella società, abbandonando l’artificiosità in favore del racconto e della prosa vera con il nostro maestro, Nagib Mahfuz. È lui che mi ha insegnato il significato della perseveranza, il significato della potenza e del dolore della scrittura, così come l’ha insegnato a generazioni prima di me. E quelli che verranno dopo di noi scopriranno molti segreti che impareranno dai suoi testi.

Oggi il romanzo arabo si trova in questi territori, dai quali si distaccherà per essere parte dello spazio umano. Soprattutto negli ultimi decenni è iniziata una nuova fase di indagine sull’individuo e di rivelazione del non detto.

Anche le rivoluzioni che sono ancora all’inizio del loro cammino contribuiranno a rendere le certezze oggetto di dubbio. Di conseguenza la società che in tutti questi secoli è andata alla ricerca della propria identità, raggiungerà di certo risultati diversi che scrolleranno via la polvere da una cultura grandiosa che un tempo era parte della cultura umana più evoluta e non solo eco e consumatore di prodotti dell’uomo.