Khaled Khalifa, il coraggio di chi rimane

A pochi giorni dalla cerimonia in cui si assegnerà il Premio internazionale della narrativa araba, nella cui sestina finale è incluso il suo ultimo romanzo, pubblichiamo la prima parte di un’intervista a Khaled Khalifa, il celebre romanziere siriano, nato ad Aleppo.

Khaled Khalifa(al Hayat. Traduzione dall’arabo di Caterina Pinto). Lo scrittore Khaled Khalifa si trasferisce da un posto all’altro, muovendosi tra i quartieri di Damasco in quella che definisce “una migrazione borghese” perché crede di non meritarsi l’onore di condividere la sofferenza dell’esodo con gli emigrati veri, costretti a trovare rifugio nei campi profughi.

Khalifa, autore di numerose opere letterarie, è diventato famoso a livello mondiale con il suo romanzo “Elogio dell’odio” che racconta gli eventi degli anni ’80 in Siria ed è arrivato tra i finalisti del Premio internazionale della narrativa araba (Ipaf) del 2008.

Durante i tragici eventi siriani è apparso il suo romanzo “Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città” che è attualmente nella short list dell’Ipaf del 2014 con altri cinque romanzi.

Nonostante non parli direttamente della rivoluzione, dal momento che si riferisce a un altro periodo temporale e delinea la vita in Siria all’“avvento del Baath” − passando per la morte di Hafez al Asad e la paura che si è in seguito “annidata” fin nelle ossa dei siriani − il romanzo riflette indubbiamente la posizione di Khaled Khalifa nei confronti della rivoluzione siriana che egli considera una scelta legittima per contrastare l’ingiustizia.

Lo scrittore – come è capitato ad altri artisti – ha subito un’aggressione da parte delle forze di sicurezza, mentre nel maggio 2012 partecipava alle esequie di un suo amico oppositore al regime. Eppure quest’esperienza non gli ha impedito di rimanere a Damasco. Khalifa non ha voluto lasciare la sua città e da uno dei suoi quartieri si mette in contatto con al Hayat. Qui di seguito la sua intervista.

Dopo aver vinto la Medaglia Nagib Mahfuz per la letteratura, il Suo romanzo “Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città” è ora tra i finalisti dell’Ipaf di quest’anno. Considera questo successo un riconoscimento delle Sue capacità e della Sua unicità nel caratterizzare la complessa struttura politica e sociale siriana?

Non so il motivo per cui sia stato candidato e il mio romanzo sia ora nella short list, a parte il fatto che è un’opera che ha avuto fortuna per arrivare a questo risultato ed è stata fortunata anche con la giuria della Medaglia Mahfuz di quest’anno. Si sa che ogni commissione giudicatrice ha criteri, gusti e chiavi di lettura che si uniscono per assegnare il premio a uno scrittore piuttosto che a un altro. Del mio successo e della mia unicità, invece, non ne sono ancora sicuro.

Probabilmente molti se lo domandano: dove trova questo coraggio per scrivere della rivoluzione e criticare le istituzioni dello Stato senza lasciare Damasco?

Non sono mai stato un codardo, né un connivente. Ma neppure un temerario, né uno che voleva fare il combattente. Dopo quello che è successo, però, non mi importa più nulla. Qualunque prezzo possa pagare, non sarà mai pari al dolore di un detenuto ignorato, o di chi ha pagato con la propria vita il prezzo della libertà del suo popolo. Inoltre, rimanere all’interno dà un corggio di tipo diverso diverso rispetto a quello di chi è in esilio o vive all’estero. Io temo l’esterno del Paese più che il suo interno e non so giustificare, né spiegare questa sensazione.

Ci piacerebbe conoscere meglio la posizione dell’autorità siriana in questa fase nei confornti  della lettaratura critica. Le autorità Le hanno creato problemi dopo la pubblicazione di “Non ci sono coltelli nelle cucine di questa città”? E come si sono comportate con Lei dopo “Elogio dell’odio”?

Le autorità non mi hanno molestato, ma hanno reagito a “Elogio dell’odio” ignorandolo. Fanno così da lungo tempo in Siria con i libri che danno fastidio. Credo che loro siano diventate maestre in questo campo, così come noi adesso siamo degli esperti nel gestire il divieto, l’esclusione e l’ignorazione. Anche adesso non credo che le autorità abbiano cambiato il loro modo di procedere, nonostante non abbiano più molto tempo per seguire cose di questo tipo. Quel che accade nel Paese è più pericoloso del preoccuparsi di un romanzo che secondo loro dev’essere proibito.

Aleppo, lo scenario del Suo ultimo romanzo, sta soccombendo sotto i barili bomba assassini. Cosa Le viene in mente quando segue le notizie che provengono da lì?

Sicuramente quanto accade ad Aleppo è per me un dolore immenso. Non mi basta una telefonata per sapere come stanno i miei amici, la mia famiglia e la mia città lì e tranquillizzarmi. Mi sento impotente e sogno di svegliarmi un giorno e scoprire che tutto si è fermato a questo punto. Continuo a sperare che Aleppo tornerà più bella di com’era prima di marzo 2011. Così insegna la sua storia e spero che non ci deluda neppure questa volta. È proprio difficile vedere i luoghi in cui hai vissuto andare in rovina, senza poter fare nulla per fermare la distruzione.

(continua…)