La guerra di Israele in Siria. Perché Asad non reagisce?

AFP Photo_Jack Guez(di Daniele Raineri, Il Foglio quotidiano).
La versione americana.
Secondo fonti americane che hanno parlato prima con la Cnn e poi con il New York Times, l’aviazione israeliana ha distrutto un deposito militare in Siria, vicino al porto di Latakia, nelle ore prima dell’alba del 5 luglio. Israele aveva già bombardato lo stato vicino il 30 gennaio, il 3 maggio e il 5 maggio.

Il problema è che questa volta il deposito militare si trovava in profondità, ad almeno 20 chilometri dalla costa siriana, quindi gli aerei israeliani non hanno potuto utilizzare la tecnica cosiddetta del lofting, quando cabrano bruscamente per imprimere alle bombe un effetto catapulta che le spinge in orizzontale.

Il lofting aveva consentito agli aerei israeliani di bombardare obiettivi vicino alla capitale Damasco senza entrare nello spazio aereo siriano. Colpire così un bersaglio nell’entroterra di Latakia però non è tecnicamente possibile – considerato anche il limite delle acque territoriali. Quindi se c’è stata un’incursione dell’aviazione i jet sono entrati nello spazio aereo siriano e hanno violato la stessa difesa contraerea che il 22 giugno 2012 abbatté un jet F-4 turco in missione di ricognizione mentre volava sul mare, forse ancora in acque internazionali. A corroborare la versione americana ci sono testimoni in Siria che dicono di avere sentito jet sorvolare la zona.

L’obiettivo del raid era un deposito di missili supersonici antinave P-800 Oniks, conosciuti anche come Yakhont, tre tonnellate per nove metri di lunghezza, mandati dalla Russia. “Ship-killer”, è la definizione breve di questa categoria di armi, distruggono e possono tenere a distanza le navi di un eventuale intervento internazionale. Da notare: il 7 luglio, due giorni dopo il raid, Israele ha dato notizia di un suo F-16 precipitato nel mare davanti alla costa di Gaza durante un’esercitazione per rispondere a eventuali incursioni aeree ostili, è il primo incidente di questo tipo dal 1998. Dopo l’incidente la flotta di F-15 e F-16 israeliana è rimasta a terra per una verifica generale. Non sembra esserci un collegamento tra i due fatti, il raid di venerdì e la perdita di un aereo domenica, si è trattato di un fine settimana certamente intenso per l’aviazione israeliana sulla costa del Mediterraneo.

Secondo il New York Times, “la Russia ha fornito 72 missili, 36 veicoli lanciatori e altro equipaggiamento di appoggio e tutto è stato sparso per il paese”. La Siria disponeva già dello stesso tipo di missile, ma questo modello è aggiornato con un radar migliore che lo rende più efficace contro un blocco navale o contro una no-fly zone. Mosca ha ritirato il personale militare dal  paese, ma non i tecnici che devono insegnare ai militari siriani come usare i missili venduti dalle compagnie russe.

C’è anche una versione inglese sul bombardamento.
Il Sunday Times domenica ha scritto citando “fonti d’intelligence mediorientali” che l’attacco è stato compiuto da un sottomarino classe Dolphin – Israele ne ha comprati cinque dalla Germania – in stretto coordinamento con Washington. “Il primo intervento navale nella guerra civile siriana”, lo definisce il Times. Obiettivo: anche qui i missili Yakhont e in questa versione si conosce anche la quantità, cinquanta. Il giornalista è però Uzi Mahnaimi e non è considerato il più affidabile del settore.

C’è un secondo  problema. Una delle più grandi navi-spia russe, la CCB-201, è partita dal mar Nero, ha attraversato il 10 giugno lo Stretto turco e dalla fine di giugno staziona nel Mediterraneo tra Cipro e la costa siriana – quindi nella zona dell’attacco con il sommergibile. Il nome che i sovietici avevano dato a questo tipo di navi è Progetto 864, hanno un equipaggio di 150 uomini, molti sono tecnici, e la capacità di intercettare e ascoltare le comunicazioni grazie ai sensori raccolti sotto due guglie. Sembra messa nella zona dai russi proprio per sorvegliare gli spostamenti navali della Sesta flotta americana e i voli dell’aviazione israeliana – o la presenza di sommergibili. Come hanno fatto gli israeliani a superare anche la nave sentinella alleata dei siriani?

I precedenti. La prima notizia dell’attacco israeliano vicino a Latakia è cominciata a circolare perché i ribelli hanno segnalato il rumore delle esplosioni nella zona del deposito militare. Vale la pena notare che nella stessa area c’era stata un’altra forte esplosione il 19 giugno, nei pressi di un deposito militare, come ha scritto Reuters. Così forte da ferire almeno 13 soldati alcuni in modo grave e da costringere la tv di stato a parlarne e a giustificare esplosione e feriti con la notizia di un “guasto tecnico”. Fu un primo tentativo? Il 22 maggio un’agenzia di stato siriana ha dato anche la notizia dell’affondamento di un sottomarino israeliano classe Dolphin sorpreso vicino alla costa, silurato dopo essere stato identificato. “Sul posto – c’era scritto – è stato osservato un grande viavai di elicotteri militari siriani”. L’informazione di stato siriana è specializzata nella disinformatia, perché proprio l’affondamento di un Dolphin israeliano? Una finta notizia che doveva fare da avvertimento?

C’è anche l’ipotesi “intervento di terra”. Una squadra di incursori sarebbe sbarcata e avrebbe fatto saltare il deposito con i missili. Non si vede perché rischiare la cattura di soldati israeliani in Siria, con le conseguenze durissime che ci sarebbero, piuttosto che un bombardamento. Si possono citare indizi minori. Le foto satellitari mostrano che i muri del deposito colpito sono ancora in piedi, come se si fosse trattato di un’esplosione minore, e anche le fonti sul posto parlano di un’esplosione “non fortissima”.

Si possono citare azioni precedenti, mai chiarite. Secondo il Sunday Times (da prendere con cautela), ad aprile i siriani hanno scoperto un congegno di sorveglianza israeliano camuffato come una roccia su un isolotto davanti alla costa – se è vero, può essere stato piazzato con un’azione dei commando. Il primo agosto del 2008 il generale siriano Mohammed Suleiman è stato ucciso nella sua villetta sulla spiaggia da un cecchino che ha sparato dalla direzione del mare. Suleiman era l’uomo che oggi, se fosse ancora vivo, si occuperebbe dei missili russi, perché all’epoca era l’uomo del presidente Assad per le “armi strategiche e speciali”. Un dispaccio americano uscito su Wikileaks indica gli israeliani come “probabili sospetti”. Se non altro, l’assassinio prova che la costa siriana non è inespugnabile, ma nulla più.

Nel 2007, infine, ci furono rumors non verificati sulla presenza a terra di una squadra di incursori israeliani mentre i jet bombardavano il sito nucleare di Deir Ezzor, nell’est della Siria. Il loro compito era di puntare il bersaglio con i laser, ma la notizia non è mai stata confermata. Altri commando israeliani sono stati filmati quest’anno da Foxnews in territorio siriano, ma si trattava delle alture del Golan, appena al di là dei reticolati di confine.

La versione russa.
Lunedì il sito della televisione russa in lingua inglese Russia Today ha scritto che i jet israeliani che hanno bombardato Latakia sono partiti da una base in Turchia. Il canale è specializzato nella disinformatia pro Cremlino e questo suo scoop sarebbe enorme, se ci fosse una qualche prova. E’ un tentativo di imbarazzare il governo di Ankara, associandolo agli israeliani soltanto perché occasionalmente sono entrambi schierati dalla stessa parte (contro Assad). Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha smentito con toni sdegnati. Russia Today ha trasformato una notizia disastrosa per Assad – l’ennesimo bombardamento di precisione contro il meglio del suo arsenale, senza che le sue difese abbiano reagito – in un’accusa congegnata per seminare zizzania.

La versione israeliana e siriana. Israele e Siria sono gli unici due a tacere. Il presidente Bashar el Assad non vuole riconoscere lo strike perché altrimenti sarebbe costretto a reagire, se non altro per salvare la faccia – i ribelli hanno buon gioco ad accusarlo di usare il suo esercito per uccidere donne e bambini siriani invece che contro Israele, nemico storico degli arabi. Il governo di Benjamin Netanyahu non ha mai detto una parola sui quattro bombardamenti. L’ex capo del Consiglio di sicurezza israeliano, Giora Eiland, dice così: “La profondità degli attacchi è misurata in modo che non siano percepiti come un intervento nella guerra civile. Gli attacchi sono puliti, nel senso che non lasciano impronte digitali e che sono realizzati in modo da non consentire ai siriani di fotografare l’aereo o la nave che attacca e da non mettere il presidente Assad all’angolo”, senz’altra alternativa che attaccare. Sono le parole finora più esplicite sulla questione che arrivano da Gerusalemme.

La versione con gli S-300. Si è anche detto che il bombardamento avrebbe colpito “componenti” dei sistemi missilistici S-300 russi già arrivate in Siria (lo ha scritto Tikkun Olam, un sito israeliano che è stato il primo a dare notizia del bombardamento). Gli S-300 sono un’arma sofisticata, capace di rendere impraticabile un intervento aereo contro Assad da parte di Stati Uniti e di Israele: sono un “game changer”, nel senso che dopo il loro arrivo la situazione sarà radicalmente diversa. Con 10 batterie lo spazio aereo siriano sarebbe ermeticamente chiuso. Durante l’ultima intervista di Assad era sembrato che il presidente siriano avesse confermato il loro arrivo, ma in realtà non aveva detto nulla e aveva parlato genericamente di accordi con Mosca e di forniture d’armi.

La confusione sulla presenza degli S-300 russi in Siria è dovuta al fatto che sono sistemi composti da parti diverse che possono essere consegnati in tranche successive, oltre che al fatto che la sigla è evocata spesso nel girotondo mondiale dei diplomatici attorno alla questione siriana. I radar; i sistemi di lancio; i veicoli da trasporto con le rampe; i missili; dire che gli S-300 sono o non sono già in Russia potrebbe essere una questione di definizione tecnica. All’inizio di giugno la Cnn ha detto che l’intelligence americana ha seguito gli spostamenti di almeno quattro navi russe che dopo aver fatto la spola tra Novossibirsk e Sevastopol hanno attraversato lo stretto dei Dardanelli e hanno attraccato alla base navale russa in Siria di Tartus. (Il Foglio quotidiano, 17 luglio 2013)