“Hafez al Asad è come Dio, non muore”

Proponiamo l’articolo con cui Duha Hasan ha vinto di recente il premio “Samir Qasir” 2013. La Hasan è una giornalista siro-palestinese, vive in Libano e normalmente scrive con uno pseudonimo. L’articolo è stato pubblicato originariamente sul sito web NOW sotto lo pseudonimo di Farah Assayed.

(di Duha Hasan. Traduzione dall’arabo di Eva Ziedan).

Il nostro impegno è quello di affrontare l’imperialismo, il sionismo e i reazionari, e di schiacciare il loro strumento criminale, ossia la banda dei Fratelli musulmani traditori.

Davanti allo specchio cominciai a ripetere questa frase per memorizzarla, senza pensare al suo contenuto. Così ci era stato chiesto. La ripetei a lungo, mentre mi tagliavo la maglia militare lasciando in vista solo il colletto[1].

Ogni mattina prendevo i miei quaderni di tipo sovietico sui quali l’immagine di Stalin era stata sostituita da quella del leader del “movimento correttivo” e raccoglievo i libri, tra cui quello del nazionalismo arabo, saturo dei detti del “leader simbolico” Hafez al Asad e in seguito del “presidente medico”, Bashar al Asad, e andavo a scuola.

Così siamo cresciuti sotto il cappello del Baath e sotto la supervisione del “padre duce” (qa’id), progettati come giovani soldati fin dall’età di sette anni.

Perché da quell’età era obbligatorio per tutti noi aderire all’organizzazione delle “Avanguardie del Baath”, per poi passare ai “Giovani della rivoluzione”, fino ad arrivare al partito “gigante”.

Alle sette del mattino a scuola ci mettevamo in fila, indossando il berretto dell’uniforme militare, la “sidara”. Le studentesse velate dovevano svelarsi, perché il velo era vietato all’interno delle scuole. I nostri fianchi erano cinti con cinture color olio, come quelle degli uomini (note con il nome di “nitaq”). L’addestratrice militare per essere certa che non avevamo trucco, ci strofinava le ciglia tra le dita. A volte afferrava la testa di qualcuna e la metteva sotto l’acqua, sfregava il viso della ragazza con le mani ruvide per assicurarsi che nulla avrebbe macchiato il viso baathista nella fila sacra che lei controllava.

Ci davano il comando e alzavamo la testa verso la bandiera siriana che sventolava sopra il bordo del muro di pietra, pronti a prendere gli ordini militari. Davanti a noi stavano ritti gli insegnanti che indossavano abiti civili, e poi iniziava l’inno nazionale siriano.

Erano numerose le vittorie di Hafez al Asad che festeggiavamo: la nascita del partito Baath, la commemorazione del glorioso movimento correttivo e la Guerra di ottobre, durante la quale “la volontà dell’esercito siriano aveva vinto contro il brutale nemico sionista”. Le frasi dell’immortale presidente Hafez al Asad invadevano tutti i muri della scuola, accompagnate dai disegni che raffiguravano le nostre “coraggiose forze armate”.

Ci preparavamo per queste occasioni, così come facevano anche tutte le istituzioni pubbliche e private.

La gloriosa giornata veniva preceduta da un giorno di vacanza per preparare le danze, gli spettacoli teatrali, gli slogan e gli inni che esaltassero il duce, glorificassero il duce e celebrassero il duce.

E noi “i cuccioli di Asad” eravamo tutti in piedi pronti. I bambini indossavano le uniformi delle Avanguardie e cantavano davanti alla foto del presidente: “Per il Baath, o avanguardie, per la vittoria, o avanguardie! Le nostre vie sono campi, la nostra strada sono fabbriche, e le bandiere brillano per la presenza delle avanguardie. O bandiera della libertà, o torcia della causa…”[2]. E così il bambino si trasformava in militare, e iniziava a imparare a essere una parte del gregge, a sottomettersi completamente alla forza maggiore, ad abituarsi a ripetere ciò che gli veniva detto.

I “cuccioli di Asad”, i ragazzi della rivoluzione, iniziavano la danza militare con la canzone che faceva “O Hafez, rimani salvo per il popolo, o Hafez sei la speranza di milioni, o Hafez tu che hai alzato la bandiera…”[3].

Nel frattempo gli uomini del “partito Baath”, ossia gli studenti della scuola secondaria, preparavano il loro primo spettacolo, provando a rimettere in scena i successi e le vittorie del partito guidato da Asad. I festeggiamenti sarebbero poi giunti alla fine e il regime avrebbe soddisfatto il suo istinto di potere vedendo la nuova generazione sottomettersi.

Come adolescente siriano sei obbligato a iscriverti ai “Giovani della rivoluzione” e poi al partito Baath. La tua scelta è tra iscriverti o iscriverti. Ma se sei un adolescente curdo siriano, anche se non sei arabo, devi dire, come è successo a una mia collega: “Una sola nazione araba portatrice di una missione immortale”. Questo paradosso al regime non importa. Devi dire questa frase anche se non ci credi. Dilla, torna a casa e dormi.

La prima volta senti come se la lingua si intorpidisse e le gambe cominciassero a tremare. Ed è a questo punto che impari a obbedire agli ordini del regime e per la prima volta ad avere paura per te e per la tua famiglia. Impari a stare in silenzio… nel momento in cui gli studenti di altri Paesi imparano ad affrontare l’età adulta.

Il 10 giugno del 2000 Hafez al Asad morì. La sua morte fu per noi un evento prodigioso: pensavamo che il dittatore “padre” non morisse mai. Infatti, la sua glorificazione quotidiana che facevamo da quando avevamo imparato a pronunciare il suo nome, aveva reso la sua morte una cosa impossibile persino per gli dei.

Quando Bashar assunse la presidenza, tornai a scuola dopo delle vacanze estive divise tra il dolore per la morte dell’ “immortale” e l’acclamazione per la nomina di suo figlio. Noi eravamo confusi sugli slogan che dovevamo ripetere, ma non erano cambiati, fatta eccezione per l’aggiunta della parola “immortale” al nome di Hafez. Il nostro rituale quotidiano diventò: “Il nostro leader per sempre è il fedele ‘immortale’ Hafez al Asad”… Riposo[4].

Tutti gli studenti erano entrati nelle classi, ma la mia natura di adolescente curiosa mi spinse dalla preside. Feci un respiro profondo, abbassai la testa (come al solito) e le dissi: “Visto che Hafez è morto e Bashar ha preso il suo posto, perché  non diciamo che il nostro leader per sempre è il fedele Bashar al Asad?”

Mi afferrò per i capelli, mi trascinò nel suo ufficio e chiuse la porta, poi disse con un sussurro: “Il presidente Hafez al Asad non muore, lui è come Dio”.

Aprì la porta, mise la sua mano pesante sulla mia piccola spalla, chiamò l’addestratrice militare e le disse: “Portala al piano di sotto, falla strisciare a terra per tutto il cortile e poi falla stare su un piede per tutta la mattinata”. L’addestratrice non le chiese il motivo e io non avevo il diritto di oppormi.

Quel giorno mi prese una grande stanchezza per quello che volevano farmi diventare: un’adolescente arresa totalmente alla loro volontà di essere un membro del partito Baath finché non finii la scuola secondaria.

Poi cominciai un’altra fase: a ribellarmi a tutto ciò che era rimasto del loro regime dentro di me. In modo accorto, tramite i fatti di Gaza, dell’Egitto e della Libia, finché è arrivato il momento di distruggere (come molti altri hanno fatto) la paura del padre immortale, del figlio e del regime dei servizi di spionaggio che mi avevano perseguitato mentre crescevo. Questo momento è stato la vera nascita di tante generazioni che sono cresciute come militari sottoposti per servire Asad, che hanno iniziato a maledire il suo spirito e a ribellarsi contro di lui e contro 40 anni della loro storia con lui.

All’una di un pomeriggio di marzo del 2012 tre ragazze sono andate al centro di Damasco, portando slogan di libertà e dirigendosi alla scuola dove avevano studiato. Sono rimaste lì davanti, nonostante la presenza della polizia e degli agenti di sicurezza in ogni angolo delle strade. Di fronte a tutti i passanti hanno alzato i loro slogan contro 18 anni di dittatura.

Queste ragazze hanno fatto la loro personale rivoluzione contro il regime e hanno vendicato la loro infanzia distrutta dal regime del Baath.

È vero che ognuno ha le proprie motivazioni per unirsi alla rivoluzione contro il regime. Eppure tutti i cittadini siriani si oppongono alla stessa deturpazione nelle scuole militarizzate del Baath.


[1] Molte ragazze siriane che non amavano la divisa militare, erano solite tagliare la maglia al di sotto della giacca militare lasciando uscire solo il colletto. In questo modo all’uscita da scuola era possibile togliere il colletto per metterlo nello zaino (N.d.T.).

[2] Il video della canzone (N.d.T)

[3] Il video della canzone (N.d.T.)

[4] A scuola ogni giorno si facevano esercizi militari prima di ripetere lo slogan, scanditi da Pronti, Avanti, March, Attenti, e alla fine Riposo. (N.d.T.)