La rivoluzione nella Repubblica Canina

La reppubblica felina(di Andrea Marchesi, per SiriaLibano). C’era una volta la Repubblica Canina, uno stato in mano ad uno sparuto gruppo di cani. Ce n’erano delle razze più varie, ma appunto, pur sempre di cani si trattava. La famiglia del Presidente dei cani godeva di ampia stima tra i cani persiani ed europei. Questi ultimi lo avevano persino insignito del titolo di Cane Devotissimo – un titolo davvero singolare per un levriero arabo! In pochi lo sapevano, ma la Repubblica Canina era uno dei pochissimi stati rimasti a dare rifugio alle terribili iene del Terzo Regno. Non a caso il Presidente dei cani rispolverava accuse ormai superate, anche in presenza dell’autorità più importante di tutti gli animali: il Santissimo Panda Bianco.

I cani dominavano su un’immensa massa di gatti soriani e di linci soriane; va detto che il padre del Presidente dei cani ne aveva soppressi a migliaia, eppure il figlio continuava imperterrito a sedere al suo trono, convinto anzi della sua indispensabilità: «Solo io posso garantire che la Repubblica Canina resti libera, sicura e plurale» – così amava ripetersi, il Presidente dei cani. Le linci non riuscivano proprio a sentirlo; non potevano credere che un paese colmo di gatti e di linci potesse essere retto da una cricca di cani. Anche i gatti mal sopportavano la cosa, soprattutto i giovani e i più poveri. Gatti e linci solidarizzavano, se non altro perché accomunati dal disprezzo verso il regime dei cani. Sia i gatti che le linci adoravano infatti il Cammello Verde, un animale malvisto dalla famiglia del Presidente dei cani.

Ma i gatti sapevano che la Repubblica non sarebbe dovuta finire in mano alle linci: queste infatti fraintendevano le parole del Cammello, e credendo di rispettarle potevano divenire capaci di tutto, anche di immanità gravi quanto quelle perpetrate dalla famiglia dei cani. Ciò impauriva i gatti, che s’immaginavano tutt’altro futuro per la loro terra: se mai fosse stato concesso loro di parlare, avrebbero di certo irrorato le loro proposte con le parole del Cammello, ma senza usurparle o strumentalizzarle. I gatti sognavano solo una Repubblica che rappresentasse più di un’esigua minoranza di canidi; è ovvio: un mosaico in cui solo uno possa dire di essere in un mosaico non è un mosaico. Era innanzitutto un bel sogno quello dei gatti; un sogno bello e difficile.

Ma bisognava tentare: la Repubblica Canina doveva quantomeno permettere a chi non fosse un cane di poter esprimere una propria rappresentanza. In teoria era un diritto di tutti gli animali. La mattina era piuttosto assolata, e i gatti decisero di indire grandi manifestazioni contro il Presidente dei cani. Naturalmente parteciparono anche le linci, che da parte loro vi vedevano l’occasione propizia per imporsi. Il Presidente dei cani le represse duramente, catturando ed uccidendo centinaia di partecipanti. «Bestie» li chiamava – l’accusa più infamante per un animale. Era la guerra senza ritorno.

Gatti e linci si organizzavano in brigate, e la popolazione iniziava a dividersi tra cinofili e non. Il Presidente dei cani dispiegò tutta la sua potenza, ed una pleiade di levrieri persiani e siberiani gli fornì ogni tipo di supporto. La strategia controvata dal Presidente dei cani si palesò sin da subito: la questione non doveva restare zoologica, ma doveva essere percepita anche come religiosa. Iniziarono feroci campagne contro i seguaci del Cammello Verde ed i suoi presunti affiliati. La retorica era pervicace come solo quella di un cane può essere: nessun regime; nessuna manifestazione; nessuna distinzione tra gatti e linci; si trattava solo di un complotto contro la Repubblica Canina del giustissimo Presidente dei cani. Poi la sua mossa più cinica: s’ingraziò i fedeli del Santissimo Panda, gli stessi che sino a pochi anni prima aveva contribuito a violentare. Era chiaro: il Presidente dei cani voleva mettere tutti contro tutti. Se mai sarebbe stato, la Repubblica sarebbe dovuta morire con lui. Milizie di cagnacci randagi si univano all’esercito regolare, e per le strade ed i palazzi del potere si levava un abbaio apocalittico: «O cani o morte!».

D’altra parte i gatti erano sempre più deboli e isolati, e si trovarono a dipendere in misura sempre maggiore dalle linci. Il conflitto continuava a espandersi: la questione aveva definitivamente valicato i confini della Repubblica Canina; tutti le linci del mondo si convinsero che il Presidente dei cani avesse mosso guerra non tanto a loro, ma al Cammello Verde stesso! Si realizzava così uno scenario peggiore di quello temuto dai gatti: non solo le linci assassinavano e razziavano in nome del Cammello Verde, sfogando così i loro asti di sempre, ma dopo qualche anno sorse un vero e proprio esercito di ratti neri. Questi non si limitavano a lottare contro il Presidente dei cani, ma dichiaravano guerra a tutti gli animali della terra che non si fossero piegati al loro volere. I seguaci del Santissimo Panda furono tra le loro prime vittime, proprio perché in buona parte sotto l’usbergo del Presidente dei cani. Ma ratti e linci presero presto ad attaccare i gatti stessi, ora accusati esplicitamente di non ascoltare il Cammello Verde. Il Presidente dei cani lasciava fare naturalmente, e continuava a guerreggiare con i gatti; tutto tornava a suo vantaggio. Il piano aveva funzionato alla perfezione.

L’entusiasmo delle manifestazioni indette dai gatti apparteneva ormai al passato. La Repubblica si smembrava ogni giorno di più: alcuni territori rimanevano in mano ai cani, pochi altri restavano ai gatti, altri ancora venivano conquistati dalle linci e dai ratti.

Gli animali europei non capirono mai la tragedia dell’ormai ex Repubblica Canina, e arrivarono tardissimo. Anche le loro cancellerie più cavillose non riuscirono a comprendere davvero gli equilibri in gioco. È vero che il Presidente dei cani aveva ricevuto un aiuto solidissimo dai suoi alleati, e tuttavia restava il dubbio: c’era qualcuno che aveva afferrato le cause della follia animalicida dei ratti? C’era qualcuno che aveva creduto anche solo per più di un’ora nei gatti? Era molto difficile capire che questi ultimi non erano solo la soluzione più giusta idealmente, ma anche pragmaticamente? Le linci avrebbero visto in loro un argine ai cani, e quindi un male decisamente minore. Dopo tutto entrambi adoravano il Cammello Verde. Perché di Cammelli si tratta, in questa storiaccia.

                                                                                                                 A Greta, Vanessa e Paolo