La Siria come la Cecenia

(di Haitham Haqqi*, per al Hayat. Traduzione dall’arabo di Giacomo Longhi). Ho visto Alexandra, il film del celebre regista russo Aleksandr Sokurov con la straordinaria interpretazione di Galina Vishnevskaja, la più famosa stella dell’opera in Russia per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, fino alla metà degli anni Settanta, prima cantante del teatro Bolshoi.

Il film racconta la visita di un’anziana donna al proprio nipote, “ufficiale di successo” in una divisione dell’esercito di stanza a Grozny, in Cecenia e vuole descrivere, attraverso questa donna mite e generosa, la situazione postbellica.

All’inizio si sofferma sui sentimenti dei giovanissimi soldati, i quali non hanno nulla a che fare con questa guerra, da cui usciranno morti, oppure senza un lavoro che permetta loro una vita dignitosa, perché avranno appreso soltanto un mestiere inutile dopo la guerra, il “mestiere di uccidere”.

Il film passa poi a descrivere i sentimenti dei ceceni, oppressi e privati dei propri cari uccisi dalla guerra. E se alcuni ragazzi si rifiutano di comunicare con la russa persino a gesti, la cecena, che pure ha perduto i propri cari, la invita a riposarsi e a prendere un tè. Il suo piccolo appartamento si trova in un edificio con gli ultimi piani distrutti, in un quartiere che sembra un’immagine attuale di Baba Amro.

Per dirla in breve, il film è un appello alla riconciliazione e al rifiuto della guerra. La fine giunge a conferma di questa lettura, quando le donne cecene salutano con i baci l’anziana russa che sale sul treno e lei invita l’amica ad andare a trovarla.

Eppure io, mentre guardavo il film, pensavo a noi siriani.

Sokurov ha sempre sottolineato, parlando del film, come la sua storia sia universale, non solo cecena, portando l’esempio dei Balcani, dell’Iraq, dell’Afghanistan e via dicendo. La saggezza, secondo il suo messaggio, richiede che si pronunci la parola e la si ascolti, prima della guerra. A questo proposito, mi sono chiesto se uno di noi non abbia detto quella parola che impedisce la morte e la distruzione. Non credo.

Questa parola deve essere detta anche oggi per fermare lo spargimento di sangue.

Davanti al parlamento siriano ragazzi e ragazze avevano chiesto di “fermare le uccisioni per costruire una patria per tutti i siriani”. È però lampante come il regime abbia preferito rifarsi all’“alto esempio” dei russi in Cecenia, colpendo con pugno di ferro chi si è ribellato per chiedere la libertà e stigmatizzandolo come salafita e militante di al Qaeda.

E se i russi dovessero pensare che il loro metodo, con cui hanno concluso la guerra a favore dell’esercito di una delle grandi potenze, funzioni anche per risolvere la situazione in Siria, a mio parere ignorano la differenza fondamentale, che i manifestanti siriani hanno ribadito nei loro slogan: “Uno! Uno! Uno! Il popolo siriano è uno!”.

E infatti che io sappia non vi sono stati casi di diserzione tra le file dell’esercito russo, poiché non c’erano legami famigliari con i ceceni. Invece l’esercito siriano, nonostante tutto, è formato dai figli del Paese ed è quanto mai dubbio che possa vincere sul suo popolo. Inoltre i rivoluzionari in Siria vogliono la libertà per tutti, chiedono uno stato democratico pluralista e l’uguaglianza di ogni cittadino davanti a una legge giusta, non cercano, secondo me, nessuna divisione confessionale, etnica o ideologica.

Se i laureati della mafia russa che oggi hanno il controllo su Mosca, ragionassero sulla questione siriana secondo i parametri ceceni, si sbaglierebbero di grosso.

Se quando si ascolta Lavrov che parla della questione siriana si riesce a sostituire alla parola “siriano” la parola “ceceno”, ci si accorgerebbe che si tratta del vecchio discorso, quello della legittimità di opporsi ai terroristi ceceni che terrorizzano i civili, i quali chiedono un intervento dell’esercito in loro soccorso”.

Sokurov ha presentato il film quando il conflitto ceceno si era già concluso per richiamare alla ragione e alla fratellanza e per scongiurare che il rancore attecchisse nei cuori a causa dei morti e delle distruzioni. Ha anche ammesso che tale richiamo si sarebbe dovuto alzare prima di tutto quel sangue e quella rovina.

Ma il potere è sordo e irrazionale e quando decide che la propria sopravvivenza vale più del costo di vite umane, abbiamo la responsabilità e il dovere di alzare forte la nostra voce prima che sia troppo tardi. Altrimenti ci troveremo a girare sbiaditi film sulla riconciliazione e per quanto potremo raccontare gli sforzi delle nonne di buon cuore, intente a impastare il pane dell’amore universale, non saremo più in grado di rimarginare le ferite.

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* Haitham Haqqi è un celebre regista siriano.