La Siria scopre la sovranità del Libano?

(Limesonline) Per decenni le autorità siriane si sono di fatto rifiutatedi demarcare il confine internazionale con il vicino Libano. Ieri un tratto di pochi chilometri della frontiera, corrispondente al settore nordorientale del lato libanese, è stato minato dall’esercito di Damasco.

L’obiettivo dichiarato è quello di limitare il traffico di armi dal nord-est del Libano verso la regione centrale siriana di Homs, una delle roccaforti dei manifestanti e dei sempre più numerosi disertori dell’esercito.

Il fatto che la Siria abbia deciso di minare una parte seppur minima di confine la dice lunga sui timori percepiti da Damasco. La rivolta in corso nel paese scuote il regime, e alcune zone del suo tradizionale cortile di casa – il Libano – sono considerate fortemente minacciose. Come non accadeva dalla fine della guerra civile libanese, ventuno anni fa.

Quelle mine poste dai militari governativi siriani sanciscono inoltre un riconoscimento de facto di Damasco della divisione del suo territorio da quello libanese. Non una cosa da poco se inserita nel contesto di oltre mezzo secolo di relazioni bilaterali raramente improntate al rispetto siriano della sovranità di Beirut.

Un riconoscimento comunque parziale e forse estemporaneo, se si tiene conto dei recenti e ripetuti sconfinamenti delle forze armate siriane in alcuni angoli dell’alta valle libanese della Beqaa. Ufficialmente per evitare il flusso di armi.

Il passaggio di armi dal Libano alla Siria è stato confermato da alcuni trafficanti libanesi, oltre che denunciato dai mezzi d’informazione di Beirut vicini a Damasco e ai suoi alleati.

Ma la decisione di minare il settore frontaliero di Wadi Khaled (per l’esattezza tra i villaggi libanesi di Kneisse e Hnaider, di fronte alle località siriane di Hit e al-Buayt) è stata presa da Damasco anche per limitare il flusso di disertori verso il Libano.

A Wadi Khaled da maggio scorso si sono rifugiati migliaia di civili della regione di Homs e della vicina cittadina di Tall Kalakh. Con questi, nel corso dei mesi, sono affluite anche decine, forse centinaia, di coscritti. Il quotidiano panarabo saudita al-Sharq al-Awsat afferma che le mine siriane sono state seminate proprio contro la fuga di disertori.

I militari che scappano in Libano sono però meno pericolosi di quelli che trovano rifugio nelle sacche di resistenza attive nei sobborghi nord-orientali di Damasco (Duma, Harasta, Misraba, Kfar Batna), nelle regioni di Homs e Hama, in quella di Idlib al confine con la Turchia, in quella meridionale a ridosso della frontiera con la Giordania.

La guerra tra una esigua minoranza di soldati disertori (sunniti) e forze lealiste (comandate da vertici alauiti legati ai clan al potere) è in atto proprio in questi territori. Il tratto centrale dell’autostrada Damasco-Aleppo, principale arteria sud-nord del paese, è di fatto interrotto dal conflitto in corso.

I disertori si sono organizzati in brigate, di un numero imprecisato di membri, scarsamente armate e dai nomi storicamente evocativi: a Homs città è operativa la Brigata Ali ben Abi Taleb, dal nome del cugino del profeta Maometto; a Rastan, tra Homs e Hama, per dieci giorni all’inizio di ottobre ha combattuto la Brigata Khaled ben al-Walid, dal nome di un famoso condottiero delle conquiste islamiche nell’odierna Siria.

A Duma sarebbe invece operativa la Brigata Abu Ubayda ben al-Jarrah, dal nome di un venerato compagno del profeta, mentre nel nord-est di Idlib è presente la Brigata Colonnello Harmush, dal nome di uno dei primi ufficiali siriani ad annunciare la sua defezione.

Da un campo profughi allestito nel sud della Turchia, il colonnello disertore Riyad al Assaad si era presentato come il comandante dell’Esercito siriano libero, forte di circa “diecimila membri”.

Al di là delle cifre che sul terreno sono difficili da verificare, testimoni, attivisti, osservatori ed esperti militari di questioni siriane concordano tutti nel dire che questi gruppi sparsi di disertori non hanno molte armi. “A Duma ho visto riempire cartucce vuote con polvere da sparo”, afferma a Limesonline Shadi, pseudonimo di un attivista che ha di recente visitato la Brigata Abu Ubayda.

“In alcuni casi riescono a prendere le armi ai militari governativi che uccidono negli agguati, in altri casi – afferma l’attivista arrivato a Beirut via Damasco – le comprano al mercato nero. Ma i soldi stanno finendo”.

Dal “campo degli ufficiali” nell’Hatay turco, Riyad Assaad rilancia il suo appello in una nuova intervista, questa volta apparsa sul New York Times. “Chiediamo alla comunità internazionale di darci armi in modo che noi, l’Esl, possiamo proteggere il popolo siriano”.

“Siamo un esercito. Siamo all’opposizione e siamo preparati per operazioni militari. Se la comunità internazionale ci dà le armi – aggiunge il colonnello – possiamo far cadere il regime in pochissimo tempo”.

Nell’intervista al quotidiano americano, Assaad ha abbandonato la mimetica d’ordinanza in Siria ed è apparso ai media per la prima volta indossando un elegante completo di giacca e cravatta, gentilmente fornitagli dal governo di Ankara. Lo stesso che, tramite un funzionario, ricorda ai media che contattare il gruppo dei disertori siriani nell’Hatay è possibile solo attraverso il canale del ministero degli Esteri turco.

Riyad Assaad è di Ebdita, un villaggio nella regione di Idlib. Afferma di essere in contatto costante con i vari comandanti delle brigate operative in Siria. Queste nell’ultima settimana hanno rivendicato ben tre operazioni contro le forze governative, a Hama, Homs e Idlib, nelle quali sono morti, secondo le fonti anti-regime, una trentina di soldati lealisti.

I mezzi d’informazione di Damasco attribuiscono le uccisioni a bande armate di terroristi e fino ad ora non hanno mai ammesso l’esistenza di diserzioni tra le file dell’esercito.

Le defezioni, secondo Muhammad Sirmini, membro del Consiglio nazionale siriano, principale piattaforma dell’opposizione all’estero e in patria, potrebbero aumentare in caso di un’imposizione di una no-fly zone in Siria. “Il regime usa elicotteri e caccia per reprimere le manifestazioni”, afferma . “Non miriamo al ripetersi dello scenario libico ma cerchiamo modi per proteggere i civili, tramite uno scudo arabo o internazionale”.

Secondo Sirmini “la no-fly zone limiterà le opzioni militari del regime, faciliterà le azioni dell’Esercito libero siriano (i disertori) e incoraggerà nuove diserzioni”. Attualmente, solo la Turchia – che ospita e protegge i sedicenti vertici dell’Esl – appare come lo Stato confinante con la Siria in grado di imporre una zona di non sorvolo aereo.

Per verificare la concretezza e la fattibilità di questo scenario, che richiede un forte e ampio consenso internazionale, bisogna attendere gli sviluppi, soprattutto diplomatici, delle prossime settimane (Scritto il 28 ottobre 2011 per il sito Internet della rivista italiana di geopolitica LiMes)