Le condizioni di chi non conta (quasi) più nulla

La piattaforma delle opposizioni siriane in esilio, la Coalizione nazionale siriana (Cns), sempre più divisa e sfiduciata dalle realtà che in patria combattono con le armi o con metodi pacifici il regime del presidente Bashar al Assad, ha ribadito la sua condizione per partecipare alla conferenza di Ginevra più volte rimandata sine die: Assad non partecipi alla transizione politica.

In una riunione cominciata sabato 9 novembre,  i membri delle diverse anime del Cns si sono dati convegno in un albergo di Istanbul per confrontarsi sul tema cruciale – la partecipazione o meno al tavolo di Ginevra – che finora ha diviso più che unire.

Il Consiglio nazionale, primo nucleo di oppositori in esilio dominato dalla Fratellanza musulmana,settimane fa aveva annunciato che se la Coalizione decidesse di recarsi sulle sponde del lago Lemano i suoi affiliati uscirebbero dalla piattaforma.

Creata un anno fa sotto forti pressioni politiche occidentali e con forti incentivi economici dei Paesi del Golfo, la Coalizione è stata negli ultimi mesi sfiduciata da un numero sempre maggiore di raggruppamenti di ribelli – islamisti, jihadisti, qaedisti ma anche nazionalisti – e da ampie porzioni dell’attivismo civile non violento.

Dal canto suo il portavoce della Coalizione, Khaled Saleh, ha ribadito la “disponibilità a impegnarsi in qualsiasi azione politica che realizzi le richieste del popolo siriano”, in linea “con l’accordo di Londra”, in riferimento all’ultima riunione degli 11 tra Paesi occidentali, arabi e Turchia svoltasi nella capitale britannica e in cui si è affermato che non v’è spazio per Assad nella Siria di domani.

Un principio respinto dai principali alleato di Damasco: Russia e Iran. Per la Coalizione “Assad non è serio nel proseguire nel processo di soluzione della crisi”. E servono dunque “pressioni da parte della Russia perché convinca il regime ad arrivare a Ginevra dopo aver tolto l’assedio dalle città, dove in tutto oltre un milione e mezzo di persone non hanno cibo e medicine, e dopo aver rimesso in libertà 245.000 prigionieri politici”.

Queste le condizioni delle opposizioni in esilio, il cui atteggiamento era stato definito intransigente dall’inviato Onu per la Siria, Lakhdar Brahimi. Ma anche il regime ha posto una condizione che non facilita l’organizzazione del tavolo di Ginevra: “non andiamo in Svizzera per cedere il potere”, avevano detto la settimana scorsa le autorità siriane.

Il colonnello disertore Abdel Jabbar Ukaydi, intervistato dalla Bbc, novembre 2013Sullo sfondo si staglia il graduale sfaldamento del consenso interno della Coalizione e del suo braccio militare, il cosiddetto Stato maggiore dell’Esercito libero (Esl). Dal Consiglio militare dell’Esl di Aleppo si è dimesso nei giorni scorsi il colonnello Abdel Jabbar Ukaydi (foto), non un qaedista ma un ex militare di quel che fu l’esercito regolare siriano. Ukaydi ha lasciato la poltrona al Consiglio di Aleppo proprio in polemica con la Coalizione e con le aperture a Ginevra-2.

In un’intervista alla Bbc, Ukaydi – che dalle cancellerie occidentali non è considerato un attore da invitare al tavolo svizzero ma che in patria mantiene un forte consenso tra ribelli non estremisti e tra attivisti della società civile – ha affermato che “non si può andare a trattare con un regime criminale in queste circostanze”, ricordando quanti e quali tipi di armi convenzionali le forze lealiste usano “per uccidere siriani” mentre “l’Occidente considera una linea rossa solo l’uso di armi chimiche”. (Ansa, 9 novembre 2013).