Le donne della costa siriana

Nella giara infranta le donne della costa siriana
lamentano la lunga distanza,
arse dal sole d’agosto. Le ho viste
sul sentiero della fonte prima di nascere. Ho udito
la voce dell’acqua piangerle nei cocci:
risalite alle nuvole, i giorni tranquilli torneranno.

Mahmud Darwish*

(di Khouzama Reda). Pubblicata nel 2000 dalla casa editrice Riad El-Rayyes, “Il murale” (Jidariyya, in arabo) è un lungo viaggio in una barca tremolante dove la morte è sia l’unico confidente che l’unico nemico del poeta. Darwish rema in uno spazio bianco, in un inno pieno di colori mitologici, e la barca scivola in fiumi sacri attraversando segretamente la storia. Sembra portare a un luogo dove si fondono “gli elementi e i sentimenti”, il defunto e il neonato, la vita e il nulla… il tutto in un sogno lucido che celebra il linguaggio e disegna la sofferenza umana rendendo complice la donna.

Nei versi iniziali udiamo la voce dell’acqua piangere mentre le donne della costa siriana si allontanano. L’acqua piange, il sole arde, e loro si voltano rendendosi conto della distanza. Ma di quale distanza si tratta? In un poema dove s’invocano tante figure storiche, la costa siriana non è certo quella inclusa dentro i confini politici della Siria di oggi, ma è la costa della Grande Siria, tutta la costa a est del mediterraneo. Queste donne possono essere quindi donne siriane, libanesi, e palestinesi. Come se Darwish mescolasse gli eventi della storia disegnando una lunga relazione con il dolore, mostrando contemporaneamente il cammino delle donne palestinesi verso l’ignoto dei loro rifugi eterni, la corsa delle donne del sud del Libano a ogni attacco israeliano verso un posto più sicuro, e la fuga disperata delle donne siriane dal terrore del caos del presente verso il caos della speranza del futuro. Al cammino segue l’attesa, e il tempo diventa ciclico; come se ogni generazione portasse in sé il ricordo delle attese delle generazioni precedenti.

Nato in Palestina nel 1941, Darwish appartiene a una generazione che ha conosciuto i primi palpiti della vita con la Nakba del ’48; solo l’inizio di una lunga strada colma e ricolma di amara sofferenza. Il futuro dei Bilad ash Sham sarà segnato dall’occupazione del nascente stato sionista sulle terre palestinesi, da una feroce guerra civile in Libano, e da governi golpisti che finiranno con la salita del partito Ba‘ath al potere in Siria.

Nell’agosto del 2008 scompare Mahmud Darwish. Nel corso della sua vita Israele ha continuato a cacciare i palestinesi verso il loro infinito esilio, edificando insediamenti su insediamenti, spazzando via ogni speranza di un ritorno a casa, come la polvere nel vento. Come il fumo lontano dei roghi, nei quali piangono millenari ulivi, cenere nella cenere bagnata dalle lacrime, che neppure l’araba fenice potrà riportare alla luce. Nel frattempo il dittatore siriano non ha esitato a fare della carne dei siriani, dei libanesi, e della ‘causa palestinese’ stessa la sua polvere da sparo, facendo precipitare i siriani nel più estremo dei terrori. Proprio per questo la generazione a cui appartiene il nostro poeta non immaginava di vedere un cambiamento in Siria durante la propria vita. Sembrava impossibile! La morte precoce di Mahmoud Darwish l’ha condannato a non vivere questa insospettata gioia, ma forse l’ha preservato dal vedere quello che avverrà… l’orribile visione del sangue dei siriani scorrere nell’Eufrate sfociando poi nel Golfo persico e lo stesso sangue irrompere nell’Oronte per poi affogare e dileguarsi nel silenzio del Mare nostrum.

La morte ha paradossalmente protetto il poeta dall’incubo? Come avrebbe reagito davanti a dei bambini sotto l’attacco chimico? Cosa avrebbe detto davanti ai purpurei torrenti di sangue e grida che diluendosi nel Mediterraneo, arrivano a colorare anche l’oceano e increspano le onde scarlatte al tramonto di un orizzonte lontano? E noi, possiamo dare una risposta poetica a quello che sta accadendo oggi in Siria, oppure quello del poeta è soltanto un altro modo per piangere?

A questo punto, sento risuonare come un’eco lontana che diviene un sussurro vicino, sono le parole del poeta palestinese: “Questa difesa di un mondo, di un periodo, che stanno morendo, è simile alla risposta delle piccole creature quando sono minacciate dalla tempesta. Si nascondono tra due pietre, nelle fessure, nei buchi, nella corteccia di un albero. La poesia è solo questo: una piccola creatura priva della forza che le si attribuisce. La sua forza consiste nella sua estrema fragilità[1]“.

Alla fine, se il poeta ha visto e udito prima di nascere “Le ho viste sul sentiero della fonte prima di nascere. Ho udito la voce dell’acqua piangerle nei cocci”, allora starà senz’altro vedendo e sentendo quest’incubo. E mi sembra di sentirlo, assieme a una lacrima, dietro l’ombra della luce, sussurrare ancora:

Come se fossi già morto prima d’ora
so questa visione, e so che sto andando
verso l’ignoto. Forse in qualche luogo
continuo a essere vivo e so ciò che voglio…

Un giorno sarò ciò che voglio
Un giorno sarò un uccello. Dal nulla
trarrò la mia esistenza. Ogni volta che le ali bruciano,
avvicino alla verità
rinasco dalla cenere


* Questa e le successive citazioni di Darwish se non altrimenti specificato sono tratte da “Il murale”, traduzione dall’arabo di Fawzi al Delmi, Epoché Edizioni 2005.

[1] da “Oltre l’ultimo cielo, la Palestina come metafora”, traduzione dal francese di Maria Nadotti, Epoché Edizioni 2007.