Libano, nessuna nuova “guerra civile”

Nonostante le violenze in Siria e le periodiche tensioni in alcune regioni libanesi, il paese dei Cedri non precipiterà in nessun vortice di guerra intestina. Anche per volontà dei principali attori locali e regionali. L’incognita Hezbollah-Israele.

(di Lorenzo Trombetta, Limesonline). Se su Google cercate “Libano” + “orlo” + “guerra civile”, troverete moltissimi titoli di articoli e di analisi, più o meno recenti, che annunciano al lettore l’arrivo di un nuovo conflitto intestino con conseguenze tragiche in tutta la regione. Sono titoli e analisi sempreverdi. Se cambiamo le date e qualche riferimento temporale interno all’articolo, li possiamo pubblicare e leggere in ogni momento, a distanza di anni.

Non ero in Libano quando a Beirut lo scorso 20 maggio sono scoppiate nuove tensioni, di riflesso a episodi analoghi verificatisi a Tripoli, nel nord, e altrove nel paese in concomitanza con le violenze in Siria. In quei giorni ho però ricevuto chiamate e email da amici e colleghi che si dicevano impauriti per quanto stava succedendo o per quello che sarebbe potuto accadere. Leggevo titoli di testate italiane che parlavano del paese dei Cedri come il teatro di una guerra civile imminente. Parlando con i miei a Beirut mi raccontavano invece di giornate più o meno “normali”, fatte di scontri in alcuni quartieri della città, di qualche morto qua e là. “Normale”, appunto.

Distante dal Libano e mentre a Beirut la tensione era già scemata, ho così avuto l’occasione di toccare con mano l’allarmismo di chi non ha mai vissuto nel paese dei Cedri e non riesce dunque a calibrare le proprie valutazioni, o di chi ci vive da poco tempo e inserisce gli eventi in una cronologia poco dilatata.

Piuttosto sono convinto che nonostante le violenze in Siria e l’interesse del regime di Damasco ad allargare l’incendio al vicino cortile di casa, e nonostante le periodiche tensioni a Tripoli, in alcune zone di Beirut e nelle regioni frontaliere della valle della Beqaa, il Libano non vivrà una nuova stagione di guerra civile. Per tre ragioni, due contingenti e una strutturale.

1) Innanzitutto a Beirut governa un esecutivo vicino alla Siria e al suo alleato, l’Iran. Almeno formalmente la compagine di ministri capeggiata dal premier Najib Miqati è responsabile del deterioramento della situazione interna. Il movimento sciita Hezbollah, che di fatto guida la coalizione governativa, è ora garante della pace, non più solo della guerra.

Un conflitto interno, seppure giustificato da chissà quali atti di terrorismo compiuti da “al Qaida” o dai “salafiti al soldo di Qatar e Arabia Saudita”, finirebbe per danneggiare l’immagine e gli stessi ranghi militari di Hezbollah. Che se si trovasse all’opposizione, di fronte a un governo guidato dagli alleati di Riyad, avrebbe più margini – almeno retorici – per mostrare i muscoli.

Non dimentichiamo inoltre che il governo Miqati è stato formato solo tre mesi dopolo scoppio della rivolta in Siria, dopo una lunga gestazione e intense consultazioni cui hanno preso parte, come accade da decenni, rappresentanti vicini al regime di Damasco. Non è escluso che se il presidente Bashar al Assad e i suoi avessero immaginato che le proteste sarebbero continuate con questa ampiezza, forse avrebbero puntato su un governo libanese di “coalizione nazionale”, dove Hezbollah e gli altri suoi alleati si sarebbero seduti a fianco di rappresentanti del fronte rivale, quello sostenuto da Arabia Saudita, Francia e Stati Uniti.

Così facendo avrebbero potuto riprodurre, in caso di necessità, lo scenario del 2006: dopo la guerra con Israele, Hezbollah e i suoi si sfilarono dall’esecutivo di Fuad Siniora (2005-08) dichiarandolo illegittimo (perché vennero così a mancare i ministri sciiti, e quando una comunità non è rappresentata nel governo si può chiedere l’illegittimità dell’esecutivo) e sfidandolo soprattutto sul piano della sicurezza e della stabilità interna. Siniora, uomo degli Hariri alleati di Riyad, fu appellato come “traditore”, “servo degli Stati Uniti e di Israele”. La “crisi” sfociò nei brevi ma sanguinosi scontri armati del maggio 2008.

Oggi non è così, non c’è nessun “traditore” che Hezbollah e i clienti libanesi della Siria possono accusare di inefficacia nell’assicurare l’ordine pubblico. Lo stesso presidente della repubblica, Michel Suleiman, tutto è tranne che un alleato dell’Arabia Saudita. Piuttosto, il generale ex capo dell’esercito deve la sua ascesa ai vertici dell’istituzione militare proprio alla tutela siriana in Libano (1976-2005). E l’attuale capo dell’esercito, Jean Qahwaji, non ha certo il profilo dell’antagonista allo strapotere para-militare di Hezbollah: è una figura di secondo piano, un esecutore di mosse decise più in alto.

I servizi di sicurezza militari e la Sicurezza generale, la principale agenzia di controllo interno del paese, sono anch’essi sotto il controllo del fronte capeggiato dal movimento sciita e dagli alleati di Damasco. L’unico feudo della sicurezza rimasto in mano al fronte filo-occidentale è la polizia, con i suoi servizi di informazione. Un po’ poco per accusare Riyad e i suoi clienti libanesi di non esser capaci di gestire la tensione interna. Da qui il profilo più basso rispetto al passato tenuto finora dai leader della coalizione siro-iraniana che sta al governo. Così si spiegano anche i ripetuti “appelli alla calma” inviati esplicitamente dal leader di Hezbollah, il sayyid Hasan Nasrallah, ai suoi seguaci. Ora non è tempo di guerra, non conviene.

2) L’altra ragione, collegata alla prima, riguarda gli interessi regionali. Degli attori che contano in Libano, attualmente solo la Siria troverebbe vantaggioso lo scoppio di una guerra su scala nazionale. Questa aumenterebbe la polarizzazione sunno-sciita, darebbe maggior credito agli estremisti sunniti di Tripoli e di altre zone, dimostrando così il suo teorema: “Il fondamentalismo islamico sunnita (che siano qaidisti, jihadisti, tafkiri, salafiti, i puffi o i transformers) è il cancro della regione e va estirpato. Noi in Siria ne siamo le prime vittime sin dagli anni Ottanta, lasciateci lavorare con i nostri metodi e vi riportiamo la pax”. Una “guerra civile in Libano” sposterebbe l’attenzione dalla mattanza in corso in Siria, diluendola in una questione di “sicurezza” e “stabilità” regionale e internazionale. Oggi come ieri, chi innesca le fiamme si presenta poi come l’unico pompiere in grado di domare l’incendio.

Certo, a 14 mesi dalle prime proteste in Siria è ormai innegabile il coinvolgimentoa vari livelli di Turchia, Arabia Saudita e Qatar (e forse del Kuwait, di cui si parla pochissimo) nella questione siriana. Ma nessuno di questi tre Stati considera vantaggioso dare fuoco al Libano. Tutti – tranne gli al Asad – perderebbero da una “guerra civile” su scala nazionale. L’obiettivo di tutti gli attori, compresi Iran e Russia è invece quello di mantenere il paese dei Cedri un territorio in tensione costante, con focolai di rischio sempre accesi ma non letali. Una linea sposata da decenni da Israele.

3) La terza e ultima ragione, quella strutturale e interna, è che i libanesi non vogliono più farsi la guerra. Parlano di politica, si confrontano anche in modo acceso, ma non sono più disposti a distruggere il paese, o quel che gli è rimasto, dopo 15 anni di conflitto e oltre 20 di ricostruzione-distruzione.

Lo dimostrano i lunghi mesi di sit-in di Hezbollah e dei suoi alleati nel centro di Beirut dal novembre 2006 al 2008. Numerose occasioni di attrito ma nessuna deflagrazione. Lo dimostrano i successivi scontri del maggio del 2008, che sono sì stati drammatici (oltre 60 uccisi) ma sono durati non più di dieci giorni. Ancora: i sanguinosi scontri armati di Burj Abi Hayar, sempre a Beirut, sono durati poco meno di 48 ore nel 2009.

Analogamente, i recenti scontri di Tripoli e gli episodi di tensione a Beirut del 20-21 maggio scorsi sono già inseriti nella cronologia dei “frequenti scontri a sfondo confessionale”. A fuoco lento appunto, senza nessuna esplosione termonucleare globale. Lo dimostra, soprattutto, il fatto che dopo 14 mesi (non due giorni!) di repressione e violenze in Siria – che nella regione di Homs [carta], confinante col Libano, hanno assunto ormai da mesi caratteri di odii inter-comunitari – il Libano è rimasto sostanzialmente fuori dall’incendio.

È vero: si registrano sporadiche uccisioni di libanesi al confine (cacciatori, agricoltori, contrabbandieri, miliziani o terroristi?) da parte di militari siriani. È vero: centinaia di sunniti libanesi si sono arruolati da metà del 2011 tra le file dell’Esercito libero siriano. È vero: il numero dei profughi siriani ha raggiunto la cifra non ufficiale di 40 mila unità, causando in alcune aree una pressione sociale non indifferente. Eppure, il Libano del 2011 e del 2012 sta vivendo una stagione di “stabilità e sicurezza” maggiore rispetto al periodo 2004-2006, che va dai primi attentati contro esponenti anti-siriani fino alla guerra tra Hezbollah e Israele.

Quel che mi inquieta, ma è solo un esercizio di scaramanzia a margine di questo lungo commento, è il fatto che a metà giugno prossimo il presidente Michel Suleiman ha convocato la prima sessione del nuovo quanto inutile “Dialogo nazionale” tra i leader politico-confessionali libanesi. Quando il primo “Dialogo nazionale” fu lanciato nella primavera del 2006, con la stessa identica formula proposta ora da Suleiman, nessuno si aspettava che in luglio sarebbe scoppiata la guerra con Israele.

A quel tavolo fu discussa la “strategia di difesa nazionale”, espressione usata per indicare – senza offendere nessuno! – il tema chiave degli incontri: il disarmo di Hezbollah. Nelle stesse settimane in cui i rappresentanti del movimento sciita discutevano con i loro rivali e alleati al tavolo del “Dialogo”, i loro strateghi preparavano l’azione di cattura dei soldati israeliani, che fu compiuta il 12 luglio e di fatto diede fuoco alle polveri. Certo – penso – una “aggressione del nemico israeliano” al Libano darebbe un po’ di respiro al regime siriano e consentirebbe a molti di rimescolare le carte…

In quel caso, su Google cercate “Libano” + “baratro”. E se i titoli che usciranno saranno del 2006, del 1996 o del 1982, saranno comunque attualissimi. (Limesonline, 31 maggio 2012).