L’orco e l’uomo nero imperversano in Siria

Fotogramma del filmato diffuso da Syria Truth(di Lorenzo Trombetta, Europa) Con un ghigno terrificante e uno sguardo torvo il sedicente “giudice” di un gruppo di criminali fondamentalisti islamici pronuncia la sentenza: condanna a morte per decapitazione – anzi, sgozzamento – per aver collaborato con il regime. Uno dei tre condannati, che come si mostra nel filmato amatoriale viene sgozzato da un macellaio con un copricapo afgano, è secondo la didascalia padre François Murad, francescano. Ma la sua uccisione, nel nord-est della Siria, era stata denunciata tre giorni fa da un altro francescano, che aveva detto di aver recuperato la salma di Murad ma che non aveva riferito che il corpo era senza testa.

Questa è una delle prime e più evidenti incongruenze di una notizia strillata da Radio France Internationale e immediatamente ripresa, in modo più o meno acritico, dalla gran parte dei media occidentali: «Tre francescani sono stati decapitati in Siria da miliziani armati». Il macabro video è stato diffuso dal network SyriaTruth, che da almeno due anni lavora come megafono in Occidente a difesa della causa del regime di Bashar al Assad.

Secondo una fonte siriana della regione di Idlib, sentita da Europa, i tre non sarebbero sacerdoti ma «collaborazionisti» del regime. Circa un’ora dopo la pubblicazione del video era arrivata anche la smentita di padre Pierbattista Pizzaballa, Custode francescano di Terrasanta: «Non ci risulta nulla. I frati nella regione sono tutti vivi». Sempre Pizzaballa il 24 giugno scorso non aveva esitato a confermare, invece, la notizia dell’uccisione dell’“eremita” François Murad a Ghassaniye. Si tratta di una località vicino a Jisr ash Shughur, nella regione nord-occidentale di Idlib e abitata fino al 2012 in maggioranza da cristiani. All’incirca un anno fa Ghassaniye era stata conquistata da frange degli insorti siriani, a cui si erano sostituiti poco dopo miliziani della Jabhat an Nusra, sigla qaedista – considerata sia dagli Usa che dagli Assad «un gruppo terroristico» – sempre più composta da mujahidin stranieri.

Per loro stessa ammissione, i miliziani della Nusra lottano per una causa estranea a quella dei ribelli e degli attivisti siriani anti-regime: la rimozione del regime è soltanto il primo passaggio di un percorso assai più impegnativo verso la creazione di un’entità statale dominata dalla loro interpretazione della legge islamica. Il collegamento tra la presunta decapitazione dei francescani e la Nusra è immediatamente stabilito da molti media, anche italiani, sulla base della didascalia – dove si cita l’agenzia Fides – e sul fatto che il crimine ripreso nel filmato è avvenuto a Ghassaniye.

Il video mostra un nugolo di persone, molte delle quali con tratti somatici centroasiatici, sudestasiatici e nordafricani, attorno ad almeno tre persone inginocchiate a terra, bendate e con le mani legate dietro la schiena. In piedi si vedono due loschi figuri: il boia, che indossa un paqulafgano e che parla arabo con un forte accento straniero (c’è chi afferma si tratti di un ceceno), e il “giudice”, un uomo non più tanto giovane e che, per le sembianze, sembra aver appena preso parte, come orco, nell’ultimo film della saga del Signore degli Anelli.

Nel filmato non si fa riferimento ai condannati come religiosi o cristiani. Né si afferma che vengono giustiziati in quanto miscredenti – kuffar – ma perché «collaborazionisti del regime». Una delle motivazioni riferite dal boia è che «nei loro telefoni cellulari sono stati trovati dei numeri di ufficiali dei servizi di sicurezza (del regime) di Aleppo». Dopo l’intonazione del classicoAllahu Akbar (Dio è grande) si procede all’esecuzione.

Ci sono numerosi spunti per dubitare dell’autenticità della didascalia del video, dove si mette in relazione l’uccisione di padre Murad con la decapitazione dei tre individui ancora non identificati. Ed è vero che la smentita di Pizzaballa, già di per sé, chiude il discorso. Ma ci sono alcuni elementi di confusione che ricorrono – e che ricorreranno – nel contesto di una pratica di disinformazione tesa sempre più a identificare questi criminali con i rivoltosi siriani, con l’obiettivo fin troppo evidente di spingere il consumatore di notizie a concludere che si stava meglio quando si stava peggio. Che il regime di Bashar al Assad, in fin dei conti, è la miglior garanzia per evitare di scendere in questo inferno.

La prima questione riguarda l’origine di questi criminali: non sono siriani. Non parlano da siriani, non si vestono da siriani e non seguono pratiche diffuse in Siria. Il secondo punto – come sottolineato a Europa Alberto Savioli, studioso di realtà tribali siriane che ha passato diversi anni in Siria – è improbabile che questi miliziani appartengano alla Nusra. «Nel filmato non si vedono le loro insegne. Mentre in tutti i loro video le loro bandiere e il loro logo appare sempre». Savioli ricorda inoltre che «nessuno della Nusra o di qualche altro gruppo affine ha rivendicato l’uccisione di padre Murad o le decapitazioni di questi tre individui. Ma la Nusra rivendica le sue azioni».

Anche Lorenzo Declich, studioso di islam radicale, ribadisce che «quelli della Nusra non ce l’hanno con i cristiani. Almeno a livello retorico hanno sempre affermato che la loro lotta non è diretta contro i cristiani. Questi – prosegue Declich – sembrano più ceceni».

Amedeo Ricucci, il giornalista Rai che mesi fa assieme ad altri colleghi ha passato diversi giorni proprio a Ghassaniye prigioniero di membri della Nusra, esprime forti dubbi sul fatto che gli autori del crimine ripreso nel video gli altri presenti siano «gente presente a Ghassaniye, che è un posto presidiato dalla Nusra e da una brigata dell’Esercito libero. Nella Nusra nessuno è vestito come quelli ripresi nel filmato», afferma Ricucci, che ricorda bene padre Murad perché lo ha incontrato di persona proprio nel villaggio un tempo cristiano: «Non riconosco assolutamente padre Murad – afferma – e tenderei ad escludere che possa essere lui uno dei due sgozzati».

Per padre Paolo Dall’Oglio, gesuita che ha passato più di trent’anni in Siria e che è stato espulso un anno fa dal regime di Damasco, «è chiaro che ci sono gruppi criminali che agiscono in Siria e che sono anti-cristiani. Ma ricordiamoci che questi sono gli stessi gruppi che il regime siriano ha usato in Iraq in precedente in senso eversivo». Padre Paolo mette però sotto accusa alcune piattaforme mediatiche italiane ed europee per la loro azione di sostegno della retorica degli Assad: «Esiste una convergenza oggettiva tra il lavoro di disinformazione del regime e i recettori dell’informazione cattolica identitaria sempre pronti ad abboccare agli ami del regime», afferma il gesuita che ora vive nel nord dell’Iraq.

«Il regime vuole dimostrare che la rivoluzione è terrorismo e persecuzione dei cristiani in modo da ottenere la paralisi delle democrazie europee e l’appoggio delle aree identitarie cattoliche islamofobe». Padre Paolo invoca la creazione di una «corte internazionale di giustizia per tutti questi crimini. Perché non si possono utilizzare questi crimini confessionali commessi degli islamisti radicali criminali per giustificare i crimini del regime».

E da Kfar Nabl, località nella Siria centrale nota per la creatività dei suoi attivisti nel disegnare vignette e inventare slogan, è giunta una risposta – questa sì, tutta siriana – al “video chock” dei «francescani decapitati»: «Quelli che sostengono Assad – si legge sullo striscione fotografato e riprodotto sul profilo Facebook del comitato di coordinamento locale – producono video di sgozzamenti che demonizzano la nostra rivoluzione legittima, che invece denuncia le azioni brutali». (Europa Quotidiano, 28 giugno 2013)