Muore Gheddafi, Bashar non si scompone

Il nuovo tricolore libico sventola pigramente dall’asta che s’innalza all’interno del recinto dell’ambasciata di Libia a Damasco, lungo l’esclusivo viale Abrummane, poco distante dall’ufficio del presidente Bashar al Assad nel quartiere Malki, appena più in alto.

Nelle bacheche affisse sul muro di cinta della sede diplomatica le foto del colonnello Muammar Gheddafi sono state rimosse. Sono gli unici due segni visibili nella capitale siriana dello storico cambiamento avvenuto nella lontana Tripoli nordafricana: l’uccisione, in stile piazzale Loreto, della guida della Repubblica libica delle masse.

Nella piazza virturale siriana, i cyber-attivisti e gli utenti di Facebook sono invece tra i più presenti a registrare la caduta di un altro raìs arabo nell’arco di pochi mesi. «Dopo Gheddafi, tocca a te Bashar», è il post fin troppo scontato di Razan, nickname di un siriano su Twitter.

E se nell’intimità delle loro case molti siriani sono rimasti incollati ieri agli schermi delle tv panarabe in attesa di vedere le prime immagini del corpo di Gheddafi trascinato a terra come l’ultimo degli sconfitti di battaglie d’altri tempi, l’immobilismo della piazza reale di Damasco esprime meglio di qualcunque altra fotografia un dato oggi indiscutibile: l’uccisione del Colonnello libico non altera l’equilibrio (o meglio, lo squilibrio) di forze, nella Siria scossa da proteste popolari e da conseguenti repressioni.

Non saranno certo gli occhi sbarrati di Gheddafi puntati verso il polveroso asfalto di Sirte a indurre Assad e i suoi soci a più miti consigli, dopo che le loro forze regolari e irregolari hanno ricevuto ordini, da marzo scorso, di uccidere chiunque osi invocare il cambiamento.

Come si è ampiamente dimostrato in questi lunghi sette mesi di confronto, la Siria non è la Libia soprattutto perché il Levante arabo non è il Nord Africa.

Nel Maghreb non c’è Israele, tacito alleato di Damasco e che si opporrà fino all’ultimo a un intervento diretto della Nato oltre i suoi confini. Non c’è un non-stato chiamato Libano, di fatto appendice della Siria e dove si confrontano diversi attori rivali su cui ha la meglio, almeno militarmente, il movimento sciita filoiraniano Hezbollah.

Assieme al Partito di Dio molti altri protagonisti e comparse libanesi sono pronti, coltello tra i denti, a difendere gli Assad, veri garanti di alcune vaste reti di clientele locali.

Nel Maghreb non c’è inoltre l’Iraq, che gli americani hanno goffamente consegnato, almeno per due terzi, all’Iran. Il governo del premier Nuri al-Maliki è la migliore espressione dell’influenza di Teheran sul paese arabo un tempo arcinemico sia della Repubblica islamica che di Assad padre.

Le minacce più concrete al regime di Damasco provengono dalla Turchia a nord e, forse, dal duo Giordania- Arabia Saudita a sud. Ma la recente adesione del regno hascemita al Consiglio di cooperazione del Golfo, dominato da Riyadh, ha sancito il rafforzamento dell’asse delle monarchie arabe. Queste da mesi tremano all’idea di essere investite dall’ondata di instabilità che ha già detronizzato tre presidenti delle repubbliche arabe.

L’Arabia Saudita – e di riflesso la Giordania – hanno sì condannato la repressione degli Assad di Siria, ma difficilmente sosterranno un intervento militare straniero contro la dinastia al potere a Damasco da 41 anni.

Alcuni osservatori assicurano che Riyadh è invece coinvolta in prima persona nell’inviare, tramite i suoi clienti libanesi (Hariri in primis), armi a presunti salafiti già operativi nella regione centrale di Homs e in quella meridionale di Daraa, al confine proprio con la Giordania.

Ma la caduta di Damasco, alleato dell’Iran, non implica necessariamente la creazione di una pax sunno-saudita in Medio Oriente. Piuttosto, rischia di scoperchiare definitivamente il pentolone della guerra irano-saudita, sullo sfondo della fitna sunno-sciita. Scenario non certo auspicato dai sauditi.

Ecco perché la Turchia appare l’attore regionale che potrebbe avere ormai meno da perdere e più da guadagnare da un eventuale fine del regime baatista. Non a caso, chi evoca una “Bengasi in Siria” lo fa dai campi profughi allestiti nel sud della Turchia, a pochi passi dalla regione siriana di Idlib, secondo alcuni sempre meno sotto controllo da parte delle forze governative.

Eppure, senza un consenso in seno al Consiglio di sicurezza e con così tanti attori regionali e internazionali reticenti e ostili a un’azione contro Damasco, la notizia della morte di Gheddafi appare come un semplice granello di forfora che il “riformatore” Bashar al Assad ha già scosso, noncurante, dalla spalla. (Pubblicato su Europa Quotidiano il 21 ottobre).