Nihad Sirees, Il suono del silenzio

عمرو فهد

(di Caterina Pinto). Il 15 giugno 2011 a Damasco i sostenitori del presidente Bashar al Asad organizzarono un’imponente manifestazione – masira in arabo – durante la quale fu srotolata una bandiera siriana lunga oltre 2 chilometri e larga 18 metri. Solo pochi mesi prima erano iniziate le allora inedite manifestazioni contro il regime – muzaharat stavolta, le parole sono importanti! –, i rivoluzionari avevano preso a usare una nuova bandiera a tre stelle, per contrapporla al tricolore ufficiale imposto dal Baath al suo avvento al potere, i morti incominciavano già a superare il migliaio e così sventolare “la più grande bandiera siriana” era un segno di patriottismo.

Il 15 giugno 2011 io ero a Damasco. E decisi di andare a dare un’occhiata alla manifestazione. Sin dal mattino pullman, minivan e macchine carichi all’inverosimile, trasportavano manifestanti vocianti verso l’autostrada di Mezze, file di persone scandivano slogan in onore del presidente. Bandierine, striscioni, cartelli, urla, canzoni, si sovrapponevano agli applausi, ai volti sorridenti dipinti col tricolore, alle mani alzate, agli spintoni che arrivavano da una parte e dall’altra. Una sorta di isterica euforia collettiva si sprigionava dalla folla. E io provavo una strisciante sensazione di disagio insopportabile, mi sembrava di essere l’unica a non partecipare.

Ho ripensato a quel giorno di tre anni fa quando ho iniziato a leggere Il silenzio e il tumulto di Nihad Sirees. Perché il romanzo si apre con il protagonista che in una caldissima giornata estiva in un Paese senza nome esce di casa durante le celebrazioni per il ventennale della salita al potere del Leader e si ritrova schiacciato e sovrastato dalla folla in delirio, “una massa compatta, ondeggiante, urlante” (p. 8).

È il “tumulto” del potere evocato dal titolo, il clamore assordante degli slogan, degli inni patriottici e delle parate immortalate da radio e televisione per poter essere trasmesse e ritrasmesse senza posa. “Mentre la calma e la tranquillità inducono le persone alla riflessione, attirare periodicamente le folle in questi cortei tumultuosi è indispensabile al fine di lavare il cervello e di impedire di commettere l’orrendo crimine di pensare” (p. 15). E Fathi Shin, scrittore trentunenne, ha commesso proprio questo crimine, ha osato pensare e dissentire. Così il potere l’ha accusato di tradimento e gli ha imposto il silenzio, proibendogli di scrivere e pubblicare i suoi libri.

Fathi è il narratore del racconto che si svolge nell’arco di ventiquattro ore e invita il lettore a seguirlo durante la sua giornata, mostrando i dettagli di una società che fa inevitabilmente pensare a quella di 1984 di Orwell, in cui le vite dei cittadini sono dominate dal sopruso e dalla paura, oltre che dal culto della personalità del Leader. Una società in cui persino le canzoni d’amore sono bandite, a meno che non cantino l’amore per il Leader.

La trama del romanzo, che scorre fluida nella prosa piana e ironica di Sirees (resa in italiano da Federica Pistono) è piuttosto scarna e si dipana in una serie di incidenti e di incontri più o meno fortuiti che capitano al protagonista. I vari episodi forniscono tutti insieme diverse sfaccettature del potere e i modi in cui esso controlla, manovra e si insinua nelle vite dei cittadini. Fino alla parte finale del libro e della giornata di Fathi che si ritrova nella sede della Sicurezza militare, faccia a faccia con il signor Ha’il, il capo, che gli chiede di diventare responsabile dell’ufficio propaganda del regime, se non vuole rischiare un silenzio definitivo e molto meno invitante dell’attuale: quello della tomba.

Autobiografia e finzione si fondono in questo romanzo di Sirees: le subdole manovre dei funzionari, i cinici meccanismi dell’apparato di sicurezza non possono non far pensare ai tristemente famosi esempi siriani, così come Fathi Shin rappresenta tutti gli intellettuali e Sirees stesso, costretti a subire le pressioni del potere, il controllo della censura, a rischiare il carcere, o a scegliere l’esilio. In una situazione di questo genere sono due le uniche armi possibili per rimanere in vita, è Fathi stesso a dirlo: il sesso e il riso. E il finale tragicomico sotto le simboliche spoglie di un sogno è lì a dimostrarlo.

Il riso è un’arma magica e strana, che non causa spargimento di sangue ma protegge,
così come sovverte l’equilibrio tra vincitore e vinto.
Radwa Ashur da Atyàf