Obama-Asad, alleati (di fatto) contro l’Isis

SteveSackstartribune

(di Lorenzo Trombetta, per Europa). La strategia dell’amministrazione americana è di chiudere il secondo mandato di Barack Obama senza troppi danni in politica estera. E il modo in cui l’amministrazione Usa ha gestito e sta gestendo il suo approccio alla questione siriana, legata a quella irachena, continua a dimostrare la volontà di Washington di tenersi il più possibile fuori dal conflitto in corso da tre anni e mezzo e che ha causato finora la morte di oltre 200mila persone.

Se Obama potesse spingerebbe il tasto “pausa” del telecomando del mondo lasciando al suo successore il compito di spingere “play”. Il presidente americano non ha mai avuto tra le mani un simile aggeggio e il mondo, per sua sfortuna, continua a girare. E a ogni giro costringe il presidente Usa a inventarsi qualcosa. Per non tradire le aspettative di chi, in America e all’estero, crede che solo lui possa guidare le iniziative per salvare il pianeta dal cattivo di turno.

L’uomo nero del momento è lo Stato islamico attivo in Iraq e Siria. Per Obama e la sua amministrazione, il gruppo jihadista è diventato veramente minaccioso solo quando, ai primi di agosto scorso, i suoi uomini si sono avvicinati troppo agli interessi americani e occidentali presenti nel Kurdistan iracheno. Lo Stato islamico è poi stato promosso a pericolo numero uno quando i suoi addetti alla propaganda hanno diffuso, il 19 e il 2 settembre scorso, i filmati delle barbare uccisioni di due giornalisti americani, James Foley e Steven Sotloff, da lungo tempo scomparsi in Siria.

Chiunque segua le cronache mediorentali sa che lo Stato islamico è “minaccioso” da più di un anno. Da quando, agli inizi del 2013, dall’Iraq occidentale è sconfinato in Siria. E ha risalito l’Eufrate, fino a lambire la periferia di Aleppo, un tempo metropoli mediorentale, e a installarsi nella regione di Idlib, ad appena 50 chilometri in linea d’aria dal Mediterraneo. Da qui, nella primavera scorsa, è stato poi respinto verso est dai miliziani siriani anti-regime, ma in compenso si è espanso fino a conquistare Mosul – un’altra metropoli del Medio Oriente – e a rafforzare il suo “Stato” in un territorio vasto quanto l’Ungheria.

La commissione d’inchiesta Onu sui crimini commessi in Siria ha pubblicato a metà agosto un nuovo rapporto sulle sue indagini. Oltre a documentare le violazioni commesse, in larga parte, dalle forze di Damasco e, in parte più ridotta, dalle milizie anti-regime, gli inquirenti internazionali hanno compilato una lunga lista di crimini commessi dallo Stato islamico contro civili siriani, per lo più musulmani sunniti ma anche di altre comunità etniche e religiose. Gran parte di questi crimini erano noti alle cancellerie occidentali e l’eco di queste barbarie è giunta anche sulle pagine di alcuni giornali europei e nordamericani.

Nel suo discorso del 10 settembre, Obama ha ribadito che le azioni politiche e militari che gli Stati Uniti intendono intraprendere contro lo Stato islamico sono in risposta alla minaccia agli interessi Usa. Analogamente l’8 agosto scorso, Obama aveva spiegato la necessità di compiere raid aerei contro postazioni jihadiste in Iraq prima di tutto per proteggere gli americani e i loro avamposti in Kurdistan. E i toni retorici dell’amministrazione Usa si sono inaspriti tra la fine di agosto e i primi di settembre, come ad accompagnare lo choc mediatico seguito alla diffusione dei video delle uccisioni di Foley e Sotloff.

Da tempo Obama e i suoi erano al corrente dei crimini attribuiti allo Stato islamico e della sua crescente potenza militare a cavallo tra Iraq e Siria. Eppure, le decisioni di annunciare al mondo un intervento deciso e muscolare, prima, per difendere Arbil e, poi, per rispondere alle decapitazioni dei due giornalisti, sono sembrate reazioni improvvise e dettate dalla spinta emotiva piuttosto che passi intrapresi nell’ambito di una strategia pianificata in precedenza e con una prospettiva a lungo termine.

Qui su Europa è stato di recente scritto che la strategia siriana di Obama e del suo segretario di Stato John Kerry è stata dominata – almeno fino al fallimento dei negoziati di Ginevra lo scorso febbraio – dalla convinzione che l’unica soluzione era politica e che questa prevedeva un compromesso tra opposizioni e regime di Damasco.

La mia convinzione era e rimane che gli Usa e i loro alleati occidentali erano invece ben consci che i negoziati svizzeri non avrebbero portato alcun risultato concreto. E la loro insistenza nel sostenere pubblicamente la formula di Ginevra 2 era dettata dall’esigenza di Obama di immischiarsi il meno possibile nel pantano siriano, dando però l’impressione di voler fare qualcosa.

Se lo Stato islamico operasse solo in Iraq e se i due giornalisti fossero stati uccisi fuori dalla Siria, Obama non avrebbe annunciato un allargamento alla Siria del raggio dei bombardamenti aerei e i civili siriani, tornati protagonisti nei recenti discorsi del presidente Usa, continuerebbero così a morire nell’indifferenza generale.

In Iraq invece, l’accordo politico e militare trovato con l’Iran per contenere lo Stato islamico sembra assicurare a Washington un coinvolgimento limitato, fatto di 1.600 militari tornati nel paese, raid aerei mirati e assistenza alle forze governative e alle milizie curde e sciite. Alle opinioni pubbliche occidentali è bastato raccontare che questa nuova guerra veniva lanciata per salvare i cristiani, gli yazidi e i turcomanni, comunità da decenni esposte al rischio di estinzione, ben prima dell’ascesa dello Stato islamico.

Gli strateghi americani hanno però fatto notare che i jihadisti operano anche in Siria. E l’intelligence Usa ha confermato che Foley e Sotloff sono stati uccisi in territorio siriano. Da qui il mantra ripetuto più volte negli ultimi giorni dal presidente americano: colpiremo anche in Siria. Ma come? Da Damasco, i passacarte del regime hanno più volte risposto di esser pronti al coordinamento con Washington in nome della “lotta al terrorismo”. Obama ha però ieri affermato che il partner locale siriano non sarà il presidente Bashar al Assad: «Non possiamo fidarci di chi terrorizza il suo popolo».

La Casa Bianca è così tornata a evocare non meglio precisati sostegni ai “ribelli moderati”, una categoria inventata tanto per far fessi i senza-memoria. Da almeno due anni, gli Usa spendono soldi per fornire aiuti diretti e indiretti a frange dell’insurrezione, ma sul terreno non si è registrato nessun decisivo ribaltamento degli equilibri. Al contrario le forze lealiste, padroni dei cieli e sostenute da Iran e Russia, hanno ripreso gran parte dell’asse urbano Daraa-Aleppo, spingendo le milizie delle opposizioni, sempre più radicali in senso islamico, a difendere roccaforti rurali periferiche.

All’incontro di Jedda, in Arabia Saudita, Kerry ha raccolto il consenso degli alleati del Golfo a impegnarsi contro lo Stato islamico, aumentando il sostegno ai miliziani siriani anti-regime. Visti i risultati raggiunti finora in Siria dal coinvolgimento di questi emirati e regni arabi, è difficile immaginare l’emergere improvviso di un “fronte moderato” anti-Damasco in grado di sconfiggere, al tempo stesso, lo Stato islamico e le forze lealiste. Dal canto loro, Russia e Iran hanno già detto no a un simile scenario. Anche perché dal Libano all’Iraq ormai si vedono gli effetti di un avvicinamento tra Teheran e Riyad.

E mentre l’opzione “ribelli moderati” continua ad apparire come una suggestiva ipotesi utile solo a riempire i titoli dei giornali, in attesa che si arrivi alla fine del mandato, l’unica opzione praticabile per Obama è di fatto quella di accordarsi sotto banco con Damasco per indebolire lo Stato islamico anche in Siria. La minaccia jihadista sarà gradualmente contenuta (ma non sconfitta: l’uomo nero farà sempre comodo a molti) a est e a ovest dell’Eufrate e l’intesa informale con l’Iran sull’Iraq non sarà intaccata.

Intanto, la Siria utile cadrà del tutto nelle mani dei lealisti e dei suoi alleati iraniani, che forse potranno riprendersi porzioni della Siria orientale ricca di risorse. Questo rafforzerà il fronte jihadista i cui simpatizzanti percepiranno l’azione americana come un rafforzamento di un asse cristiano-sciita ai danni del sunnismo. E tra i ribelli rimarranno attivi e minacciosi solo i qaedisti della Jabhat al Nusra, sul Golan capaci di spaventare più Israele che Damasco (Europa Quotidiano, 13 settembre 2014)