Padre Paolo, in Siria intervenga il Vaticano

Padre Paolo dall'Oglio(Lorenzo Trombetta, ANSA). Una guerra su larga scala, a sfondo confessionale, che può coinvolgere l’Iraq e il Libano è il fosco scenario immaginato per la Siria da Padre Paolo dall’Oglio, gesuita italiano da più di trent’anni nel Paese e che lancia un appello al Vaticano perché compia un gesto nell’ambito dell'”impegno di mediazione per la riconciliazione e la giustizia”.

Mentre da Homs giungono notizie, difficili da verificare, dell’uccisione di oltre 200 persone durante un massiccio bombardamento d’artiglieria compiuto nella notte dalle truppe governative, Padre Paolo tenta di illustrare in modo lucido quanto avviene in Siria, paese “bloccato in due impasse”. Il primo – afferma – è politico ed è alla base del secondo, quello militare.

“Il territorio è ormai gestito da gruppi armati. E Per risolvere l’impasse militare bisogna affrontare quello politico”, sostiene il gesuita su cui pesa da settimane un decreto di espulsione emesso dalle autorità locali, poi sospeso anche in effetto di una larga mobilitazione popolare. Raggiunto telefonicamente dall’ANSA, Padre Paolo si dice fermamente contrario a ogni intervento militare, “così come sono stato contro l’intervento militare in Iraq e Afghanistan”. Ma afferma: “da qualche parte la comunità internazionale deve esserci”.

E allora? “Bisogna lanciare proposte non violente nel tema della sicurezza delle popolazioni. Solo così si riassorbe parte del discorso del potere costituito a Damasco e si apre quindi una via a un negoziato efficace”. Il monaco italiano propone, in pratica, di far arrivare in Siria “migliaia, decine di migliaia, di accompagnatori della società civile globale, la cui presenza consentirebbe, ad esempio, alle persone in pericolo di essere accompagnate in sicurezza, di separare i quartieri in lotta fra loro, di permettere l’incolumità a chi manifesta in modo pacifico.Questo faciliterebbe l’avvio di un reale dialogo nazionale”.

Parallelamente Padre Paolo invoca l’intervento diretto del Vaticano: “La Santa Sede deve lanciare una missione diplomatica esplorativa non solo in Siria, ascoltando le autorità civili e quelle religiose cristiane, ma anche a Mosca, incontrando le autorità civili e religiose”. Il gesuita italiano ha aggiunto che “il gesto della diplomazia vaticana” dovrebbe coinvolgere Teheran, il Cairo (Lega Araba) e Ankara, tutte capitali coinvolte nella mediazione regionale riguardante il dossier siriano.

Per Padre Paolo è inoltre “necessario che la Santa Sede espliciti la sua preoccupazione legittima per il destino dei cristiani in Siria, e dei cattolici in particolare, sottolineando la uguale preoccupazione della Chiesa per i diritti umani e democratici di tutti, in una logica di costruzione di una nuova base per il contratto nazionale”.

Sulle ragioni che spingono il regime siriano a non accettare un vero negoziato, Padre Paolo sottolinea il fatto che “molti degli attori che chiedono la caduta del potere costituito hanno dimostrato di non poter impartire lezioni di democrazia e diritti umani”, e che “nessuno sta offrendo a Damasco una soluzione onorevole. Gli si dice solo ‘vattene'”. Per il monaco, che continua a operare nell’antico monastero di Mar Musa nel centro della Siria, “alla Russia bisogna offrire l’assicurazione che le sue esigenze geostrategiche sul Mediterraneo vengano rispettate”.

In questo senso, l’auspicata mediazione vaticana “deve tener conto anche delle paure della comunità cristiana ortodossa e fornire ad essa delle risposte culturali alle sue paure”. Gli ortodossi, ricorda Padre Paolo, “sono i cristiani di Siria che oggi hanno più paura, sia perché sono sparsi su tutto il territorio nazionale, sia perché sono concentrati nella regione costiera”, dominata dalle montagne alawite (branca dello sciismo a cui appartengono i clan al potere) e per questo candidata a diventare un cantone separato in uno scenario in cui la Siria di oggi venga divisa su base confessionale. (Per ANSA, 4 febbraio 2012).