Perché il viaggio del Papa in Libano è in dubbio

(di Riccardo Cristiano, Il mondo di Annibale). Benedetto XVI vuole andare in Libano, ma da un po’ di giorni a questa parte i titoli dell’Osservatore Romano, pur senza fare riferimento all’imminente visita pastorale di papa Benedetto XVI, richiamano sempre scenari a dir poco infausti. L’ultimo, di due giorni fa, parla di miccia siriana che infiamma anche Beirut. Sembra una forzatura, visto che in fiamme è Tripoli, non Beirut. Come mai?

Per capire bisogna tornare alla mattina del nove agosto scorso, quando le agenzie di stampa battono la notizia dell’arresto di un ex ministro libanese, Samaha, cristiano, fedelissimo degli Assad. Non era mai successo che in Libano, fino al 2005 occupato militarmente dai siriani e oggi governato da filo-siriani, un così potente filo siriano finisse in galera. Arrestato dall’unica branca dei servizi libanese non controllata, a detta di molti, da uomini di Hezbollah (che hanno ad esempio il pieno controllo dell’aeroporto Rafiq Hariri di Beirut, l’unico del Paese).

La notizia fa scalpore ma nel giro di poco filtrano notizie gravissime: Samaha è stato scoperto mentre ordiva attentati dinamitardi nel Paese, uno dei quali, il più grave di tutti, avrebbe dovuto aver luogo di lì a pochi giorni nella provincia settentrionale e a vasta maggioranza sunnita di Akkar, durante la visita del patriarca maronita Beshara Rahi. Samaha avrebbe fatto mettere a verbale: “Perché? Perché volevamo darne la responsabilità ai sunniti. Così voleva Assad.”

Il patriarca Rahi ha spesso e volentieri difeso il regime di Assad, sin dai primi giorni della sua elezione a patriarca, dicendo anche che l’insurrezione siriana se dominata dai sunniti avrebbe potuto mettere a repentaglio i cristiani, anche in Libano. Chissà che sorpresa sarà stata per lui scoprire che quel pericolo veniva da un cristiano come Samaha, amico non dei sunniti ma di Assad.
Certo il patriarca ha preso sul serio la gravissima scoperta dei servizi libanesi, visto che da allora ha cominciato a modificare la sua posizione sul conflitto siriano. E l’ha presa sul serio anche il presidente libanese, il super partes Sleiman: uomo cautissimo, ex capo di stato maggiore, buone frequentazioni a Damasco, ha sorpreso tutti dicendo pubblicamente: “Assad deve chiamarmi e darmi delle spiegazioni.”

Chi le spiegazioni le ha date è stato invece il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah. Pochi giorni dopo il caso Samaha infatti, mentre la stampa libanese si chiedeva quando sarebbe arrivata la vendetta siriana per il durissimo colpo patito con l’arresto di Samaha, un gruppo irregolare legato a un clan sciita ha sequestrato alcuni stranieri, sunniti. Essendo l’azione opera di sciiti operanti nella valle della Beqaa, da sempre controllata da Hezbollah, alcuni hanno chiesto a Nasrallah se fosse una risposta ad altre azioni del genere verificatesi in Siria da parte di gruppi sunniti avversi ad Hezbollah: “E perché?” è stata la risposta di Nasrallah, “qui nessuno ha il pieno controllo del territorio.”

Sentire il leader di Hezbollah dire che nessuno ha il pieno controllo del territorio non deve aver rasserenato chi in Vaticano prepara l’imminente viaggio del papa. Quel qualcuno sarà stato certamente molto attento al dossier Samaha. II regime siriano è in difficoltà, questo è evidente a tutti. Presentarsi come il garante dei cristiani contro i fondamentalisti è vitale, v i t a l e.

Colpire un gruppo di maroniti che domenica 16 settembre si mettessero in marcia dal Monte Libano per raggiungere la spianata dove il papa dirà messa sarebbe un gioco da ragazzi. Darne la colpa a qualche barbuto salafita pure. O no?

Immaginare le conseguenze di una simile azione, in Libano di certo a basso costo, è facile. E a quel punto cosa rimarrebbe del pellegrinaggio del papa in Libano? Una domanda che in Vaticano di certo qualcuno si sta facendo. (Il mondo di Annibale)