Repressione e violenze in Siria, quali fonti?

(25 febbraio 2012) Una delle armi principali usate nella guerra mediatica in corso da mesi attorno alla questione siriana è quella della conta delle vittime. Il regime di Damasco, che attribuisce i morti a non meglio precisati terroristi pagati dall’estero, ha fornito il 13 febbraio scorso l’ultimo bollettino che parla di “migliaia di morti” senza precisare quanti militari e quanti civili.

Gli attivisti, che accusano le forze del regime di compiere una sanguinosa repressione, forniscono – mentre si scrive – un conteggio che varia dai 8.301 uccisi agli 8.603. Di seguito le principali fonti sulle vittime cadute dall’inizio della repressione nel marzo 2011 ad oggi.

L’agenzia ufficiale Sana pubblica quotidianamente notizie di funerali di militari e poliziotti uccisi dai terroristi. Fornisce le generalità dei martiri ma non dice quando sono stati uccisi. In altre notizie, la Sana riferisce dell’uccisione di terroristi, senza dare le generalità, e di membri delle forze dell’ordine, anche in questo caso senza fornire precisazioni, ma indicando la località e la regione dell’uccisione. Il sito Internet è anche in inglese, francese, spagnolo, tedesco, russo e cinese ma le pagine in queste lingue non sono aggiornate come quelle in arabo.

La tv di Stato siriana e la tv Addouniya, quest’ultima di proprietà di una cordata di imprenditori vicini al regime, hanno in questi mesi trasmesso presunte confessioni di terroristi, per ora tutti identificati come “siriani” con l’eccezione di un “contrabbandiere libanese”, ma sul numero e sull’identità delle vittime non forniscono più informazioni di quelle già riferite dalla Sana. Oltre all’arabo, la tv di Stato trasmette notiziari anche in inglese e francese.

Il centro delle violazioni in Siria (Vdc) è in arabo e solo un mese fa ha aperto una pagina in inglese, aggiornata però con meno frequenza della prima. E’ frutto del lavoro di attivisti e ricercatori siriani sul campo, in collegamento con i Comitati di coordinamento locali.

Dopo un lungo lavoro di verifiche incrociate, gli autori del Vdc pubblicano quasi in tempo reale un bilancio assai dettagliato delle vittime, specificando se si tratta di civili e militari, di disertori o governativi. Per ogni “martire” è inoltre indicato il sesso, l’età, il luogo di origine, il luogo dell’uccisione e la circostanza della morte, e vengono spesso allegati foto e link a video amatoriali in cui si mostra il corpo della vittima. E’ raramente citato dalla stampa internazionale ma è la fonte che offre maggiori informazioni.

Syrian Shuhada (shuhada vuol dire “martiri” in arabo) è solo in arabo ed è frutto di un’altra piattaforma di attivisti. E’ arricchito da grafici e tabelle riassuntive regione per regione o per data, ma è meno dettagliato nel fornire le identità delle vittime.

L’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus), è la piattaforma che vanta una più fitta e consolidata rete di attivisti e testimoni sul posto. Attiva già dal 2004, l’Ondus è diretta da Osama Sulayman (foto a destra), originario di Banias, meglio noto con lo pseudonimo Rami Abdel Rahman, avvocato sunnita, da anni esiliato in Gran Bretagna. Fornisce bollettini quotidiani sulle vittime della repressione in Siria. Da anni riferisce notizie sulle violazioni dei diritti umani da parte del regime.

I sostenitori siriani e stranieri del regime di Damasco si sono accaniti sull’Osservatorio – il più citato dall’Agenzia France Presse e da Reuters – accusandolo di essere un centro finanziato dall’Occidente per diffondere menzogne. Nessuno di questi critici conosceva l’Ondus prima del 15 marzo. Se ne sono accorti solo a inizio della repressione.

Eppure da anni l’Osservatorio denuncia arresti di dissidenti e oppositori, rivolte nelle carceri, violazioni di vario tipo commesse dal regime. Tutte denunce confermate dai fatti in questi lunghi anni. A rafforzare la tesi che l’Ondus è parte del complotto straniero contro la Siria, questi critici ricordano che il portavoce dell’Osservatorio, Rami Abdel Rahman, è residente in Gran Bretagna. Forse perché nel suo Paese non potrebbe lavorare liberamente.

L’Organizzazione nazionale per i diritti umani in Siria, diretta dal 2006 da Ammar Qurabi, 41 anni, originario di Aleppo, attivista e dissidente siriano più volte in carcere. Come l’Ondus, Qurabi lavora da anni nel settore e dal 15 marzo 2011 fornisce ai media internazionali aggiornamenti quotidiani delle vittime cadute in Siria, distinguendo tra vittime civili e militari, e militari disertori e governativi.