Ricordi di Homs. La città che con la pazzia sconfisse le armi

(di Shady Hamadi* per SiriaLibano). Non voglio dimenticare. Devo riuscire a ricordarmi ogni momento che ho trascorso a Homs, nei suoi vicoli, nel grande mercato, nei posti che non ci sono più. La moschea di Khaled bin Walid è uno dei simboli di questa città. Nel primo ‘900, il mio bisnonno partecipò alla sua costruzione, lavorando come operaio. Dentro questa moschea riposa il corpo del grande condottiero dal quale prende il nome l’edificio. È la sua forza, le sue gesta che, probabilmente, danno forza agli abitanti di questa città ridotta al nulla. A casa ho una foto in bianco e nero di mio nonno con mio zio, seduti nel ristorante Dik Jinny[1], a Homs, alla fine degli anni Sessanta. Un attivista di Juret Sheyah, un quartiere di Homs cancellato dalle bombe, mi ha raccontato che quel posto non esiste più. Ora c’è un chek point dell’esercito.

Quando tornavo da Damasco a Homs, il bus mi lasciava in una piazza che si chiama Dplan. Il piazzale era rinomato per i ristoranti e la bontà dello shawarma che si poteva mangiare. Questa piazza e i suoi locali, il profumo della carne cotta, delle risate dei bambini che giocavano nel parco al centro dello spiazzo sono scomparsi nella profondità indefinita del nulla.

La mia frustrazione, tutta personale, per non aver goduto a pieno di questa città, delle sue bellezze, della sua, mia, gente, è forte. Il rimorso per aver perso nel passato attimi importanti, non consapevole che la città di ieri, quella dei miei ricordi, non tornerà mai più, mi corrode.

Homs vive. Esiste nella nostra memoria collettiva. Nella coscienza degli abitanti di cui conosco il passato.

La storia, mischiata alla leggenda, vuole che quando gli abitanti di Homs furono avvisati dell’invasione mongola della Siria, si trovarono a non sapere come difendersi. La loro cultura non contemplava la guerra. Quando i mongoli arrivarono alle porte della città, a qualcuno venne in mente che quel giorno i pazzi venissero lasciati liberi di girare per le strade. La gente di Homs, certa che i mongoli non avrebbero conquistato una città di squilibrati, lasciarono liberi tutti i pazzi e venne dato l’ordine agli abitanti di comportarsi come dei matti. Quando i mongoli entrarono e videro gente saltellare, parlare con il muro, correre mezzi nudi, lasciarono la città alla sua follia.

Era mercoledì il giorno in cui la pazzia sconfisse le armi. Da allora, come una ricorrenza, ogni mercoledì viene celebrata la festa dei pazzi. Questa festa tradizionale tornerà a far ridere gli abitanti della città e di tutta la Siria, quando le settimane non passeranno scandite dalla conta dei morti e dalla cancellazione delle nostre esistenze. Quando si sa da dove si viene, a chi si è legati, si può morire e nascere infinite volte perché ogni bomba ci colpisce nell’animo… anche se siamo distanti.

La bontà e la simpatia sono le due doti che contraddistinguono gli abitanti di questa città. Riyad al Turk, avvocato, che ha passato quasi venti anni in carcere, è nato e cresciuto a Homs. Un giorno lo sentii definire le torture a cui era stato sottoposto “insalata”, rispetto a quello che era accaduto ai suoi compagni.

La vitalità degli abitanti l’ho ritrovata nelle parole di un mio amico, Abu Imad, che mi disse di essere andato in Libano in vacanza per dieci giorni per poi far ritorno a Homs, al suo lavoro di attivista. Ricordo quando, una delle tante volte che ero di ritorno in città, salii su un taxi e trovai il conducente vestito di bianco, con i capelli laccati all’inverosimile. Gli chiesi come mai fosse vestito così e lui mi rispose: “Stimo Tony Manero”. Chissà se è ancora vivo quell’uomo.

Questa città, dalla sua tomba, risorgerà felice per farci ridere con la sua bontà e semplicità. I fiori nei campi intorno sbocceranno nuovamente e il gelso tornerà a profumare i nostri respiri. Ora lasciamo. Lasciamola, come stiamo facendo, all’oscurità dell’odio e ai pianti dei suoi figli.


[1] Era il sopranome di un noto poeta in città. I proprietari del ristorante intitolarono a lui il locale.

* Shady Hamadi è uno scrittore e attivista siro-italiano, non affiliato a nessun partito ideologico o movimento confessionale.