Siria. La storia di Samir, rifugiato in Libano

Comincia con la pubblicazione di questa storia un percorso di collaborazione tra SiriaLibano Focus on Syria, un sito dove possono essere letti racconti e notizie sulla crisi umanitaria in Siria.

(E.L. per Focus on Syria*). Samir ha circa 35 anni. È paralizzato ai quattro arti da quando un proiettile vagante l’ha colpito alla colonna vertebrale, mentre guidava la sua macchina a Homs, un anno fa.

“Era il momento in cui la gente esce dal lavoro per rientrare a casa, di pomeriggio… È successo nel bel mezzo della strada: all’improvviso ci sono stati degli spari, e la gente non sapeva neanche da dove provenissero…”, spiega Nadima, la moglie di Samir, una trentenne dinamica e sorridente.

Dopo una degenza di un mese e mezzo all’ospedale di Homs, Samir è stato visitato ogni giorno a casa da un medico riabilitatore. Mohammad, il suocero di Samir, spiega: “Per il dottore che lo curava, era molto dura. Per sette mesi ha continuato a fargli dei massaggi e della fisioterapia, fino a quando ha iniziato a migliorare. Ma non poteva fare più di così, c’era bisogno di una terapia più avanzata, per potersi alzare, camminare, etc. Per questo motivo siamo venuti in questo ospedale, seguendo i consigli del medico”.

L’intera famiglia si è trasferita in Libano: la generazione dei nonni, Mohammad e sua moglie Aisha; i loro tre figli con i rispettivi coniugi: Nadima con Samir, il fratello maggiore di Nadima, Issam, con sua moglie Leila, e il fratello minore di Nadima, Nabil. Nadima e Samir hanno tre figli. Leila è incinta del suo primo figlio. Mohammad ride: “Per tutti loro, è la prima volta in Libano. Io invece c’ero già venuto quand’ero giovane!”

Il medico che curava Samir a Homs ha preparato tutte le autorizzazioni necessarie per la sua ammissione in questo ospedale libanese, famoso per il suo reparto di fisioterapia. Sono arrivati due mesi fa. Samir è fortunato perché per il momento la sua famiglia ha i soldi per pagare le spese: “Fino ad ora, grazie a Dio, va tutto bene. Ma fino a quando continuerà così, non lo so! I soldi che avevamo provengono dalla vendita della nostra auto in Siria”, spiega Nadima prima di scoppiare a ridere: “Ma non abbiamo nient’altro per il futuro, siamo a un punto in cui oggi viviamo e domani si vedrà!”

Hanno quindi dovuto fare delle scelte: ad esempio i bambini non vanno a scuola. Mentre ce lo spiega, Nadima perde per la prima volta il suo sorriso: “Se li mandassimo a scuola, i soldi non ci basterebbero neanche per due mesi… È la cosa che mi disturba di più. Perché quando eravamo in Siria, persino durante i bombardamenti, non hanno mai smesso di andare a scuola… Ma qui a causa del costo della vita… e di quello che paghiamo per le cure… altrimenti andrebbero a scuola, di sicuro!”

La famiglia non è registrata con le Nazioni unite. Hanno preferito chiedere aiuto a un’associazione caritatevole musulmana per un po’ di aiuti alimentari, ma finora non hanno ricevuto niente. I fratelli di Nadima vorrebbero trovare un lavoro: “Cerchiamo, cerchiamo, da due mesi cerchiamo, ma non si trova niente!”, si lamenta Nabil. “Anche se lo trovassero” – aggiunge Nadima – “siccome sono siriani, verrebbero sfruttati. Uno stipendio piccolo per moltissime ore di lavoro”. Suo padre Mohammed è ancora più amareggiato: “È sfruttamento: approfittano della miseria dei rifugiati… Non potevamo immaginarci, in nessun momento, che un giorno saremmo arrivati a questo punto, che saremmo diventati dei rifugiati e la gente si sarebbe fatta beffe di noi”.

In Siria Nabil aveva un ristorante e Issam un negozio di riparazione di computer. Samir invece lavorava nel commercio. La famiglia era benestante. Mohammad rimpiange la vita facile di prima della crisi: “Vivevamo in paradiso, e non ci rendevamo conto che era il paradiso”. Il loro desiderio è di tornare a casa il prima possibile.

“Se torna la sicurezza e si fermano i massacri, tutto il resto verrà da sé, tutto andrà bene”, assicura Nadima.

 Samir, il volto contratto, rimane in silenzio.

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*Questa intervista con una famiglia di rifugiati siriani in Libano è stata realizzata a dicembre 2012 nell’ambito di Focus on Syria, un progetto di documentazione e informazione sulla crisi siriana. Samir, ferito alla spina dorsale e colpito da paralisi, viene curato in un ospedale libanese ed è assistito dai suoi famigliari.