Rivolte, una risposta a Caracciolo

Nei giorni scorsi Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica LiMes, ha messo in guardia dalle sfide che attendono europei, e in particolare noi italiani, di fronte a uno scenario mediorentale e nordafricano in mutamento. Caracciolo ha delineato l’emergere di un fronte reazionario, guidato dai sauditi e dal Qatar e sostenuto da Washington, forte del braccio mediatico di al-Jazira.

A mio avviso, l’analisi di Caracciolo, condivisa da molti osservatori in Occidente, dà risalto ad alcuni elementi e non ad altri: “il rapido declino delle istanze laiche e progressiste nelle piazze arabe e nordafricane, in parallelo all´emergere di vari gruppi islamisti, dagli scaltri Fratelli Musulmani agli estremisti salafiti, spesso d´intesa con gli autocrati sunniti del Golfo, Qatar in testa”; “il parallelo riaffermarsi delle Forze armate come centro del potere egiziano, non scalfibile dalle formazioni politiche emergenti”; (…) “il riesplodere degli istinti antisraeliani e antisemiti al Cairo e altrove”; “la parossistica tensione fra Arabia Saudita e Iran, dopo il presunto tentativo iraniano di assassinare l´ambasciatore saudita a Washington”.

Tenendo d’occhio questi aspetti, che s’inseriscono in un percorso di continuità con la storia degli ultimi decenni della regione, dal mio punto di osservazione qui a Beirut non posso non sottolineare altri aspetti della questione ugualmente determinanti e in rottura con il recente passato. Rottura che va adottata prima di tutto nel nostro modo di guardare gli eventi in corso.

1) Le forze progressiste islamiche non sono affatto in declino. Il percorso rivoluzionario in Egitto e in Tunisia non si è certo concluso con la caduta del dittatore ma prosegue e continuerà negli anni futuri. Chi ha occupato piazza Tahrir continuerà a far sentire la propria voce: non si consentirà alle forze oscurantiste – siano essi presunti salafiti, che per quanto sono evocati sono più popolari in Occidente che nel mondo arabo, siano essi i militari – di escludere quelle voci.

Al Cairo sono pronti a rioccupare la piazza e a farsi sparare da quei militari agli ordini della Giunta che a febbraio li ha apparentemente difesi dai baltaghie. Non si creda certo che dopo aver rischiato la vita e il carcere, i giovani arabi consentano con tanta facilità l’imposizione di nuove dittature, magari mascherate da repubbliche islamiche. Non sottovalutiamo queste genti. Non riduciamoli a meri burattini il cui ruolo è stato solo quello di abbattere le statue nelle piazze delle loro città.

2) Il sunnismo arabo non è necessariamente fondamentalista. E l’Islam politico del 2011 non è necessariamente lo stesso degli anni ’70 e ’80. Su questo, ho trovato molto interessante la tesi di Olivier Roy. L’avvento di al Nahda a Tunisi e di chissà chi, tra i sunniti, al Cairo o a Damasco, non vorrà dire per forza l’avvento dei tagliagole e degli estremisti. Chi pensa così pensa con le lenti con cui ha letto il Medio Oriente nei decenni passati, ma non si è ancora fatto una passeggiata a parlare con i trentenni, musulmani, che da quasi un anno sono mobilitati dall’Atlantico all’Oceano Indiano.

3) Il laicismo non è una formula che possiamo applicare con tanta scioltezza. E questo non è un limite degli arabo-musulmani. E’ un nostro limite. Esempio: in una Siria post-Assad, nessuno potrà pensare di fondare uno “Stato laico” (così come non è uno Stato laico la Siria degli Assad, basata invece su un profondo confessionalismo). Si potrà cercare di dare alla Siria la forma di uno Stato civile, non religioso né militare. Ma bisognerà garantire tutte le comunità confessionali. Un principio questo che cozza col laicismo. E va bene così: noi continueremo la nostra battaglia per il laicismo all’interno dei nostri confini, le società arabe, dove vivono maggioranze musulmane, troveranno soluzioni proprie. Facciamocene una ragione: le nostre categorie non sono sempre universali e immanenti.

4) Non c’è un rigurgito di anti-semitismo nella regione. La rivolta egiziana e quella siriana sono gli esempi più lampanti. I discorsi e le pratiche sono sì nazionalisti, e in questo senso possono essere anche esplicitamente anti-israeliani. Al contrario, l’antisemitismo serpeggiante è stato coltivato da decenni dai regimi “laici” arabi  – spesso sostenuti dall’Occidente – come valvola di sfogo alle loro società represse.

5) Non vedo una parossistica tensione fra Arabia Saudita e Iran, piuttosto vedo un graduale riavvicinamento tra due Stati teocratici e reazionari, timorosi di dover affrontare le stesse sfide: reprimere le loro popolazioni. La tensione apparente viene esaltata, anche mediaticamente, per sviare l’attenzione sui problemi interni, vero nocciolo del problema. Ma l’alleanza delle teocrazie Iran-Ar.Saudita-Israele (con le loro appendici marocchina, giordana e degli altri emirati del Golfo) è il vero asse reazionario con cui devono fare i conti già oggi i rivoltosi del Nordafrica e del Medio Oriente.

6) Al Jazira è disinformazione solo quando racconta cose scomode all’osservatore di turno. Per anni è stata esaltata, anche in Italia. Ora che dà voce agli attivisti anti-regime, diventa disinformazione, agente del complotto, manipolatrice. Certo, come tutti i mezzi d’informazione, ha una sua agenda ma gli stessi media italiani ne hanno una. A tal proposito, pro o anti-Berlusconi che siano, questi media italiani sono notoriamente allineati sulle posizioni israeliane, e in questo momento hanno tutto l’interesse a soffiare sul fuoco dello spauracchio islamista.

Per esperienza diretta inoltre, la tv del Qatar fa giornalismo e informazione. Di parte, certo, ma sono rari i casi in cui un evento raccontato da al Jazira si è dimostrato completamente infondato. Si citano i cabli di Wikileaks per certificare la veridicità della voce secondo cui l’ex direttore di al-Jazira era una spia americana. Così, se al-Jazira diventa disinformazione quando racconta cose scomode all’osservatore, i documenti di Wikileaks diventano il Vangelo quando confermano le teorie dello stesso osservatore.