Rivoluzione siriana, dove sono gli intellettuali?

(di Martina Censi*) Continua a rivelarsi complessa e variegata la posizione degli intellettuali siriani rispetto a quanto sta accadendo nel loro paese. Ne ha parlato poche settimane fa la scrittrice siriana Rosa Yassin Hassan sulla rivista elettronica Jadaliyya.

A quanti accusano gli intellettuali che hanno scelto di restare in disparte di codardia e opportunismo, di identificarsi con la dittatura o di vivere in una torre d’avorio lontano dal proprio popolo, la scrittrice risponde che è rischioso fare di tutta l’erba un fascio.

Se infatti, nel corso degli anni Cinquanta, la sfera culturale e le sfera politica erano strettamente correlate e risultava difficile trovare intellettuali non impegnati politicamente, con l’avvento del Ba’ath (1963), si assiste al tentativo di distruggere questo legame. Ne sono prova i fatti degli anni Ottanta, in cui il regime mira a cancellare l’influenza del partito comunista e dei partiti nazionalisti, nonché delle correnti religiose, per svuotare di significato effettivo il lavoro politico e civile.

Ed è proprio qui che, secondo la scrittrice, si realizza la frattura all’interno di quello che lei definisce “il fronte unico” di politici e intellettuali. Da questo momento in poi molti uomini di lettere si affiliano al regime, prendendo parte alle sue varie organizzazioni culturali, e diventando veri e propri strumenti nelle mani del potere, altri restano all’opposizione ma scelgono di abbracciare il silenzio, in quanto la parola è considerata di per sé un crimine che può condurre al carcere e alla morte e altri ancora scelgono di non tacere, pagando la propria opposizione con la vita.

Questa divisione tra sfera intellettuale e sfera politica, che perdura da decenni, è all’origine, sempre secondo Yassin Hassan, dello scollamento, cui si assiste oggi in Siria, tra intellettuali e popolo, ovvero tra il mondo della cultura e la strada in rivolta.

Ciò avviene non soltanto perché gli intellettuali sono rimasti in un certo senso scossi dall’impeto della rivoluzione che è scoppiata improvvisa e li ha lasciati in un primo momento in disparte – pochissimi hanno preso parte attiva alle manifestazioni per le strade – ma anche perché molti hanno temuto che, seguendo fin dall’inizio le richieste del popolo, avrebbero perso quello sguardo distaccato e vigile che sottende alla capacità di critica e di analisi di una situazione complessa come quella attuale.

La conseguenza è che nella maggior parte delle aree in rivolta si percepisce una quasi assoluta assenza degli intellettuali e questo vuoto ha aperto la strada all’influenza degli estremisti religiosi che tentanto di prendere le redini della rivoluzione. Non si può dunque fare di tutta l’erba un fascio, perché tra gli intellettuali c’è anche chi abbraccia la rivoluzione e ne scrive.

Tuttavia permane questa divisione tra chi è con la rivoluzione ma non osa manifestarlo apertamente – soprattutto coloro che fanno parte delle minoranze religiose e che temono lo scoppio della guerra civile – e i laici che sono con le richieste dei manifestanti ma che temono l’ascesa degli islamisti.

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* Martina Censi, studentessa di dottorato all’Università di Venezia Ca’ Foscari e all’Inalco di Parigi. Si trova attualmente a Beirut.