Siria, a ciascuno la sua arma

Soldati siriani disertori (archivio. New York Times)

(di Lorenzo Trombetta, ISPI). La guerra in Siria è destinata a durare. La difficoltà da parte dei vari attori regionali e internazionali di trovare un compromesso politico e l’assenza sul terreno di una forza militare in grado di assicurarsi in tempi relativamente brevi la vittoria determinano l’attuale stallo, che in alcune regioni chiave rischia di trasformare il conflitto in una logorante cancrena.

In tale contesto e a oltre due anni dallo scoppio delle prime inedite proteste popolari, subito represse nel sangue e in seguito trasformatesi in insurrezione armata, è però possibile oggi evidenziare alcuni punti fermi che caratterizzano, e sono destinati a caratterizzare anche nel breve e medio termine, le dinamiche in atto del sanguinoso confronto siriano.

Non esiste una sola Siria, ma esistono diverse realtà siriane. Un dato di fatto che ha profonde radici storiche ma che si è accentuato negli ultimi tempi con la graduale frammentazione, almeno dal punto di vista politico-militare, dei territori che dal 1946 al 2011 hanno fatto parte della Siria indipendente e della Siria degli Assad. Ad esempio, gli equilibri militari della regione di Aleppo, con la sua profondità geografica a nord e a ovest verso la Turchia e a est verso l’Eufrate e l’Iraq, vanno in tal senso letti in modo distinto dagli eventi bellici della regione di Damasco e del suo hinterland orientale, meridionale e settentrionale.

Analogamente, nella remota regione orientale di Dayr al Zawr, confinante con la provincia irachena di al Anbar, si combattono battaglie che non sono necessariamente determinanti per l’esito delle battaglie in corso invece nella Siria centrale, nella piana dell’Oronte che attraversa le regioni di Homs e Hama e che lambisce la regione costiera a maggioranza alawita.

Questi diversi quadranti hanno caratteristiche autonome, ma sono comunque integrati in un contesto ampio, non soltanto “siriano” bensì regionale. Le regioni transfrontaliere turche, giordane, irachene e libanesi e gli attori formali e informali che si muovono in queste aree hanno un ruolo sempre più rilevante nelle diverse partite militari, politiche e diplomatiche in corso nei territori siriani.

Dal punto di vista strettamente bellico, la guerra siriana ha assunto un carattere ibrido. Le forze fedeli al presidente Bashar al Assad fanno ormai ampio uso di armi convenzionali e non convenzionali, di truppe inquadrate in quel che rimane dell’esercito regolare siriano e di formazioni paramilitari e ausiliarie composte in larga parte da civili addestrati alla guerriglia e appartenenti alle comunità confessionali – in primis quella alawita – identificata col regime di Damasco.

Anche il variegato fronte anti-Assad, sorto come unità di resistenza armata per far fronte alla repressione militare, ricorre ad armamenti leggeri tipici del “mordi-e-fuggi”, a blindati e ai pesanti carri armati sottratti in battaglia alle forze lealiste.

In particolare, le forze filo-Assad fanno uso allo stesso tempo di missili balistici, aviazione, artiglieria pesante, milizie shabbiha e truppe ausiliarie di recente inquadrate ufficialmente a fianco delle truppe governative. La composita galassia dei ribelli dimostra di saper usare sia i tank che i lancia razzi, gli ordigni confezionati artigianalmente e l’artiglieria.

I lealisti possono contare su un dominio ancora schiacciante dei cieli mentre a terra, sin dal 2011, hanno preferito impiegare in modo massiccio le truppe pretoriane (IV divisione, Forze speciali, Guardia Repubblicana), composte in larga parte da ufficiali membri di clan alawiti alleati agli Assad, e limitare invece il ricorso ai militari delle truppe regolari formate da decenni da ufficiali sunniti delle regioni periferiche.

Negli ultimi mesi, diversi rapporti di stampa – non sempre verificabili in maniera indipendente – hanno riferito dell’invio alle truppe ribelli di lanciagranate RPG-22 e RBG-6, lanciarazzi anti-carro RPG-75, lanciarazzi M79 Osa, fucili M60, Manpad cinesi FN-6, razzi francesi SNEB di calibro 68mm e lanciarazzi MATRA. Arabia Saudita e Qatar appaiono in prima fila come paesi sponsor di questi invii di armi, mentre paesi dell’ex Jugoslavia e la Libia sembrano mettere a disposizione, anche su pressione americana, i loro arsenali alla causa dei siriani anti-Assad. La Giordania e la Turchia vengono indicati come paesi-corridoio di questi trasferimenti.

Sul terreno però, dalla primavera 2013 a oggi, non si registrano particolari mutamenti negli equilibri bellici. Da più parti, i comandanti militari dei ribelli della Siria meridionale, di quella centrale e di quella settentrionale lamentano uno scarso afflusso di armi e munizioni. Le recenti controffensive lealiste portate con successo nelle regioni di Dar‘a e Homs (in particolare a Qusayr – aggiornamento del 7 giugno) dimostrano che il sostegno militare arabo e occidentale ai ribelli non è stato fino a oggi determinante.

Sul fronte opposto, la Russia e l’Iran, rispettivamente gli alleati internazionale e regionale del regime degli Assad, forniscono da anni armi, munizioni, finanziamenti e personale specializzato a Damasco. Circa l’80 per cento dell’arsenale militare siriano è costituito da armamenti di fabbricazione sovietica e russa: dal sistema missilistico di difesa aereo ai carri armati, ai caccia e agli elicotteri da guerra.

In questa ibrida guerra d’attrito fondamentale si sta rivelando il sostegno agli Assad da parte della Repubblica islamica e dei suoi alleati regionali: le forze speciali al Quds, i miliziani filo-iraniani libanesi degli Hezbollah e le brigate di sciiti iracheni, a vario titolo e nei diversi scenari, forniscono consulenza e manovalanza ai lealisti impegnati nell’opera di contro-insurrezione. (ISPI, 30 maggio 2013).