Siria, come si stanno muovendo gli Stati Uniti?

(di Lorenzo Trombetta per Europa Quotidiano) La Siria, da decenni perno degli equilibri mediorentali e internazionali, è in fiamme. Ma di questo incendio sembra poco interessata l’amministrazione americana, sempre più impegnata nell’affrontare le prossime elezioni presidenziali.

D’altro canto, alcuni rapporti di stampa arabi parlano ora con maggior insistenza della presenza di agenti della Cia lungo i confini siro-turco e siro-iracheno, mentre fonti giornalistiche statunitensi rivelano che Washington non ha le idee così chiare su chi siano i ribelli impegnati da settimane a combattere le forze fedeli al presidente Bashar al Assad. E’ inoltre di oggi – 2 agosto 2012 – la notizia secondo cui gli Stati Uniti hanno stanziato 25 milioni di dollari per aiuti “non letali” ai ribelli.

Il disinteresse americano rispetto alla questione siriana è però solo apparente, come sostiene Mattia Toaldo, ricercatore di Medio Oriente all’Accademica Britannica di Roma. «È vero – afferma – la politica estera è entrata solo di recente, verso la fine di luglio, nella campagna elettorale americana. In realtà, la priorità del presidente Barack Obama non è la democrazia né le dimostrazioni di forza muscolari, quanto la stabilità della regione».

In tal senso «la Siria interessa per tre motivi: per il potenziale destabilizzante, anche nei confronti di Israele; per la minaccia islamista; e perché su questo si giocano la solidità del rapporto con i pochi alleati regionali che gli rimangono e cioè Turchia, Giordania, Arabia Saudita e, soprattuto Qatar».

Secondo Toaldo (foto a destra), storico della politica estera americana nella regione e autore di un volume sul tema, «c’è un’ala dell’amministrazione che è molto attiva: quella delle donne interventiste che già furono decisive nello spingere Obama ad appoggiare la missione in Libia». Non solo il segretario di Stato Hillary Clinton, ma anche l’ambasciatrice all’Onu Susan Rice e Samantha Power, assistente speciale del presidente con delega ai diritti umani. «Loro sono ciò che rimane dell’interventismo umanitario degli anni ‘90 e temono una nuova Srebrenica poco prima delle elezioni».Questo crerebbe non poco imbarazzo all’amministrazione.

Nei giorni scorsi la stampa libanese aveva dato risalto alla notizie, non verificabile, della presenza di agenti dei servizi di sicurezza americani al confine siro-iracheno per organizzare l’unificazione delle tribù locali in funzione anti- Assad, e di altri loro colleghi alla frontiera siro-turca per “conoscere più da vicino i ribelli” impegnati nella battaglia di Aleppo.

Il Washington Post dal canto suo confermava le difficoltà dell’amministrazione Obama di orientarsi nel variegato panorama della ribellione armata siriana. «Banalmente, avendo chiuso l’ambasciata a febbraio e non avendo mai avuto rapporti molto cordiali con la Siria negli ultimi dieci anni, la rete della Cia è molto debole nel Paese», sostiene Toaldo.

«Penso che si affidino più ai turchi e ai qatarini, cioè che abbiano informazioni di seconda mano, ma ciò non vuol dire che non stiano facendo nulla. Senza dubbio – prosegue il ricercatore dell’Accademia britannica – mancando di rapporti con la resistenza all’interno della Siria e comunque di intelligence di prima mano sul terreno, gli Usa devono affidarsi ai siriani che trovano all’estero e puntare su di loro per evitare il vero danno: che Damasco diventi una seconda Bagdad».

Anche questo potrebbe creare imbarazzo all’amministrazione a ridosso delle elezioni presidenziali. «Sì – risponde Toaldo – ma in generale non penso che condizionerà i risultati delle urne. La gente probabilmente voterà guardando all’economia e questo riguarda anche la comunità ebraica americana. I possibili danni saranno forse solo nell’elite di politica estera».

A proposito di Bagdad, le truppe americane si sono ritirate da meno di un anno dal martoriato territorio iracheno, a est della Siria. Quando nei giorni scorsi il generale siriano Manaf Tlass, fino a un anno fa esponente del regime di Damasco, ha annunciato la sua defezione ed è fuggito all’estero cominciando un tour diplomatico in Francia, Arabia Saudita e Qatar, c’è chi lo ha paragonato a un possibile nuovo Ahmad Chalabi, l’uomo-fantoccio che gli americani speravano di piazzare nell’immediato dopo-Saddam. «Gli Stati Uniti dall’Iraq hanno capito che bisogna concentrarsi sulla fase post-intervento, cioè sulla stabilizzazione immediata. Questa è la priorità», afferma Toaldo.

«Non penso che gli Usa cerchino un altro Chalabi. L’esempio libico dimostra che anche una piccola oligarchia (il Cnt in quel caso) può portare avanti una transizione decorosa anche se non completamente ordinata». (Europa Quotidiano, 2 agosto 2012).