Siria, Distruggere il Baath nelle nostre teste

Barbie di Sulafa Hijazi(di Duha Hasan, per al Hayat. Traduzione dall’arabo di Claudia Avolio). Ce ne stiamo spalla contro spalla, alziamo la testa in alto, i nostri occhi sono puntati verso la bandiera siriana che pende a metà della colonna dinanzi a noi. Indossiamo l’uniforme militare completa: il vestito verde oliva, le scarpe nere pulite, i calzettoni neri, le cinture strette in vita. Teniamo le mani abbassate e ben strette. L’addestratrice militare alza la mano e tutte le insegnanti all’unisono guardano la colonna. Uno degli studenti tira la corda legata alla bandiera, la issa lentamente, tutti noi guardiamo questo pezzo di stoffa mentre viene innalzato.

“Un anno devastante per i bambini”: con questo titolo l’Unesco ha pubblicato il suo rapporto per il 2014. Come ha spiegato il direttore esecutivo dell’organizzazione, Anthony Lake, “Sette milioni e 300 mila bambini sono stati colpiti dal conflitto in corso in Siria, di questi un milione e 700 mila bambini sono rifugiati. Secondo le Nazioni Unite, ci sono stati 35 attacchi a scuole durante i primi nove mesi dell’anno che hanno causato l’uccisione di 105 bambini e il ferimento di altri 300″.

Sembra che l’Unicef e le altre organizzazioni che si occupano dei diritti dell’infanzia e dell’uomo, non si rendano conto che tutti gli anni del Baath sono stati devastanti per i bambini. Eravamo le “Avanguardie del Baath”, pasta molle per la sua ideologia, i soldati del futuro nella prossima macina di guerra. Eravamo tutti bambini del Baath, “per il Baath, o avanguardie, per la vittoria, o avanguardie!”. Abbiamo imparato il nostro destino a memoria: “Le nostre vie sono campi, la nostra strada sono fabbriche”. A quella giovane età la memoria inizia a modificarsi e a prendere forma, la forma delle illusioni che sarebbero diventate più grandi dei nostri sogni e dei sogni di chi era parte stessa del Baath.

Noi giovani soldati aprivamo le bocche all’unisono: “Noi siamo un contadino, un operaio e una gioventù implacabile, noi siamo un soldato che combatte, siamo la voce dei proletari”. Guardo la mia amica che ha l’influenza, prova con difficoltà a pulirsi il naso con un gesto rapido, doveva restare immobile, tossisce, tossisce di nuovo, tira fuori un fazzoletto dalla tasca, si pulisce il viso, e continua a cantare a voce alta e con ardore: “Dalle radici della terra siamo giunti, dal profondo del dolore, di sacrifici non siamo stati avari con i più generosi dei doni”. Tossisce.

Così siamo stati spinti verso una falsità che investe tutto ciò che ha un valore – la patria, il nazionalismo e la terra – rendendolo una necessità essenziale e cruciale, quella necessità imposta dalle dittature del Baath alla nostra immaginazione. Una necessità di creare un immaginario nazionalista, l’essere sempre pronti a sacrificarsi per via di tali necessità, accettando la morte sul cammino e per il desiderio di esse.

Le generazioni del Baath sono cresciute in una cornice comportamentale e mentale severa e molto rigorosa sulla base della nota legge dello stimolo-risposta e di tutte le varie conseguenze che ne derivano. Il profondo nesso tra gli ‘stimoli’ a cui eravamo esposti e le ‘risposte’ che provocavano in noi ci avrebbero senz’altro condotti a un disordine strutturale che avrebbe influito sulla percezione collettiva generale. Questi stimoli ripetuti (i princìpi e i disinganni del Baath) potevano da soli provocare stereotipizzazioni (“noi siamo un contadino, un operaio, e una gioventù implacabile”) permanenti e incontrovertibili. Così diventavi un meccanismo algebrico del ‘pubblico’ del Baath, volta per volta. Non importava capire ciò che ripetevamo o esprimere ciò che eravamo costretti a ripetere nel corso della nostra vita. Ciò crea un mondo ambiguo ed esseri che somigliano a macchine programmate, con la stessa forma e funzione.

Nelle strutture linguistiche del discorso del Baath risiede uno stimolo: la frase nel canto del Baath “Non siamo stati avari nell’offrire sacrifici” si trasforma in un’azione obbligatoria, quando arriva il comando. È una frase vincolante che impedisce a chi la ripete – cioè il pubblico del Baath, il suo carburante – di avere l’opportunità di metterla sotto il microscopio dell’analisi mentale consapevole. Così, queste strutture appaiono in forme casuali e separate dal proprio contesto spazio-temporale. Come se fossero di altri mondi, circoscritte apposta per noi – il carburante dei progetti illusori e ambiziosi.

I canti del Baath sono facciate che richiedono un’attenta riflessione: in questi suoi canti il Baath poggia sul presente indicativo, la cui parte semantica si concentra sul presente. “Sei ben saldo, Baath, sei ben saldo sul campo di battaglia. Unisci gli uomini liberi, avanti, unisci questo grande popolo, continua, Baath, con forza verso un domani libero e onorevole”. Ciò consolida in chi lo ripete uno stato di allerta costante e prontezza permanente, come se si trovasse effettivamente in una condizione di guerra aperta.

Di conseguenza, in un contesto simile ogni parola nei canti del Baath, come: rivoluzione, uomini liberi, noi, o gioventù araba, diventa parte di un piccolo vocabolario messo in moto allo scopo di costruire la grande struttura del Baath e la grande idea dello “Alza la voce con forza e di’ ‘Viva il Baath arabo'”.

Se consideriamo che il canto del Baath è stato scritto secondo un punto di vista funzionale e che è costituito da un predicato e un soggetto, possiamo dire che quest’ultimo è in secondo piano ed è il popolo; mentre il predicato è il Baath, cioè il senso del discorso, il componente fisso e permanente. Per oltre 51 anni il Baath ha tentato di limitare la visione delle persone, perché si accontentassero di una visione parziale rispetto alla visione totale delle cose. Nello scenario visivo non c’è spazio per la comprensione e la meditazione: c’è posto soltanto per la scena e le sue componenti più ‘maestose’. Questa visione non era nient’altro che espressione di questo Paese isolato, che diventava sempre più isolato allorché crescevano le sue illusioni e il presunto eroismo dei suoi soldati, piccoli e grandi.

Davanti al piccolo televisore, io e i miei tre fratelli sedevamo in trepidante attesa che iniziasse il programma per bambini sul canale siriano, dopo aver finito i compiti che avevamo per l’indomani. Non c’erano altri canali, se non Canale 1 e Canale 2; a volte prendeva anche il canale israeliano il cui segnale appariva e scompariva.

La sigla del primo cartone, “I falchi della terra”, iniziava così: “L’onore della patria è più prezioso di noi e di ciò che può abitare i nostri pensieri in ogni tempo. L’onore della patria è la mia terra, l’onore della patria viene prima di me e dopo di me c’è ancora l’onore della patria”.

La mia sorellina che allora aveva 8 anni stava in piedi ferma come un soldato e ripeteva la sigla del cartone per bambini: “Abbiamo promesso, abbiamo promesso. Abbiamo promesso fedeltà e di lottare insieme. Abbiamo promesso, domani innalzeremo lo stendardo della redenzione. La promessa è di essere più forti degli oppositori, le nostre anime come umile riscatto per la patria”.

“Abbiamo promesso, domani innalzeremo lo stendardo della redenzione. La promessa è di essere più forti degli oppositori”: così ai tempi del Baath i bambini venivano inconsapevolmente trascinati verso la convinzione che lottare per la nazione fosse una virtù auspicabile. Il Baath ha reso la patria un simbolo di elevata portata: la patria non suggeriva che gloria, felicità e vittorie continue contro nemici immaginari e reali. La patria era quel mix affascinante fatto di emozioni e sensazioni contraddittorie tra una dura realtà e una patria felice, immaginaria, creata dall’immaginazione baathista, che conduce all’impoverimento. È lo stesso sistema istituito per accogliere le giovani leve militari, quei germogli torvi in volto che sono le reclute, e per tutto ciò che accresca una sorta di familiarità collettiva.

Questa familiarità ha iniziato col tempo a disintegrarsi, fino a esplodere del tutto quando le menti sature del Baath e cioè del partito paterno, protettivo, si sono rese conto che tutte le percezioni, credenze e princìpi di cui erano impregnate non erano reali e non lo erano state mai, essendo soltanto invenzione e illusione. Questa visione imposta è stata usata come un paio di tenaglie per regolare il cervello del popolo sia nei grandi che nei più piccoli. Erano tenaglie che irrompevano con forza e crudeltà, progettate perché quei cervelli restassero attaccati al periodo storico della colonizzazione del mondo arabo. Regione, questa, che è stata trasformata in modo diabolico e violento in campo di battaglia. In arene per combattere le macine del colonialismo che non esistevano più. È stata proprio questa visione a oscurare la vista su quella realtà amara vissuta, parlando di ogni colonizzazione eccetto della colonizzazione compiuta dal Baath.

La necessità nazionalista imposta dal Baath sul popolo si è trasformata in necessità di libertà, necessità di forza. E il vocabolario legato al sacrificio, alla lotta e alla battaglia ha cominciato a indirizzarsi verso la demolizione della grande idea della ‘dittatura del Baath’. Questo appare chiaramente nei canti e negli slogan della rivoluzione siriana, come: “Sono impazziti, sono impazziti nel Baath quando abbiamo chiesto la libertà”, “In paradiso ce ne andiamo da martiri a milioni”, “La morte e non l’umiliazione”. I giovanissimi escono dallo spazio della scuola del Baath, per dirigersi nelle strade della loro patria. Svestono l’uniforme militare, si disfano degli slogan del partito arabo socialista Baath, e marciano verso la statua spaccata per farla cadere a terra.

Nelle menti odierne il Baath è caduto e la stiuazione in Siria non è più come era allora. Ma sembra che per realizzare il progetto – ovvero il progetto della libertà – dobbiamo distruggere il Baath che è nelle nostre teste, che sono state omologate. Il processo che conduce verso la caduta totale del Baath nella mente collettiva da esso colonizzata deve avvenire cercando la necessità che spinge verso quest’azione di rimozione, altrimenti alcune delle generazioni del Baath che se ne sono oggi liberate potrebbero essere indotte progressivamente verso la necessità di istituire un altro Baath. Il Baath reincarnato. (al Hayat, 14 dicembre 2014.)

murale di Blu