Siria due anni dopo – Golan Haji, Tiratori sportivi

(di Golan Haji*).

Tiratori sportivi

I passeggeri del minibus comprarono la morte al mattino per dieci lire.
L’armadio seppellì chi dormiva,
e i vetri lacerarono le tende e colpirono le nuche come ghigliottine
una pozza di sangue restava muta sull’asfalto,
su di essa aleggiava tanto rumore.
Poi vennero. Cancellarono i loro appuntamenti
Si pulirono i denti per gettare i rimasugli dei nostri cuori alle formiche.
E gridarono: “Nessuno è accusato! Sono tutti condannati”.
Chiusero le farmacie e i ponti.
Sbarrarono gli accessi delle città e le entrate delle piazze,
poi sollevarono con la punta della lancia un titolo sbagliato:
Il burrone o il muro.
Ci lasciarono l’insonnia e le liste coi nomi,
polvere che gli affamati leccarono dalle punte delle scarpe,
armature dai bidoni della spazzatura,
leopardi sulle coperte nella notte della vigna,
brocche d’acqua torbida, una scarpa sola sulla strada,
il freddo, le candele, i barili di chiodi, gli sputi dei mercanti.
Spari sullo sportello del frigorifero, sullo schermo, sulla pancia della cisterna,
un acquartieramento in un museo,
una testa mozzata, i lividi dei disegnatori,
il manto del monaco, un’unghia strappata, una scuola in una caverna,
un proiettile nell’occhio, o nel cuore, o nel caldo dei testicoli.
Presero gli attori dilettanti, gli studenti, il medico, i passanti,
i musicisti, i fattorini del fornaio, i venditori della lotteria, i portieri.
Frantumarono il cielo e col suo sangue tinteggiarono i carri armati
per innalzare il pianoforte, la bara della musica.
Uccisero le venditrici di latte, lo scultore, il pazzo del quartiere e il venditore di prezzemolo.
Abbatterono la finestra e la sorella affacciata.
E non si salvò la mucca dei vicini,
non si salvò il lampione.
Sputarono nella sorgente e strapparono via la lente –
l’occhio della vita piangente, sanguinante
l’occhio della speranza.
Squarciarono coi coltelli il divano usato,
la valigia e una coperta avvolta con una corda.
Spianarono i campi di fichi d’India, crocifissero il falegname, strangolarono il cardellino, sgozzarono il cantante.
Bruciarono le panetterie, le spighe, i libri e le biciclette.
Poi si sdraiarono sull’erba del campo da gioco e non si assopirono.
Queste non sono immagini:
questi sono i guardiani delle immagini.

Golan Haji

(Traduzione dall’arabo di Caterina Pinto)

***

الرُّماةُ الرياضيّون

رُكّابُ السرافيس اشتروا موتَهم في الصباح بعشر ليرات.

الخزانةُ دفَنتِ النائمين،

وألواحُ الزجاجِ شقَّتِ الستائر ودَقَّتِ الأعناقَ كالمقاصل

لتبقى بِركةُ دمٍ خرساء على الإسفلت

يحومُ فوقها لَغَطٌ كثير.

ثم جاؤوا. ألغوا مواعيدَهم

ونكشوا أسنانَهم ليرموا بقايا قلوبِنا إلى النمل

وصاحوا: “ما مِنْ متَّهمين. كلُّهم محكومون”.

أغلقوا الصيدلياتِ والجسور.

سَدّوا منافذَ المدن ومداخلَ الساحات،

ثم رفعوا بطرفِ الحربةِ عنواناً خاطئاً:

الهاوية أو الجدار.

تركوا لنا الأرقَ وقوائمَ الأسماء،

غباراً لحَسَهُ الجوعى عن أنوفِ الأحذية،

دروعاً من حاوياتِ القمامة،

نموراً على الأغطيةِ في ليلِ الكروم،

أباريقَ الماء العكر، فردةَ حذاءٍ على الطريق،

البردَ والشموع، براميلَ المسامير، بصقاتِ التجّار،

طلقاتٍ في بابِ الثلاجةِ والشاشةِ وبطنِ الخزّان،

ثكنةً في متحف، رأساً مقطوعاً، كدماتِ الرسّامين،

عباءةَ الراهب، ظُفراً مُقتَلَعاً، مدرسةً في كهف،

رصاصةً في العينِ أو القلبِ أو دفءِ الخصيتين؛

وأخذوا الممثِّلين الهُواة، الطلبةَ، الطبيبَ، عابِرِي السبيل،

العازفين، سُعاةَ الخبز، باعةَ اليانصيب، حُرّاسَ المرمى.

هشّموا السماء وبدمِها لوَّنوا الدبّابات

لينصبوا البيانو تابوتَ الموسيقى.

قتلوا بائعاتِ الحليب والنحّاتَ ومجنونَ الحيّ وبائعَ البقدونس.

أرْدوا النافذةَ والأختَ التي أطلَّتْ

ولم تنجُ بقرةُ الجيران،

لم ينجُ المصباح.

بصقوا في النبعِ وفقأوا العدسة-

عينَ الحياةِ الدامعةَ الدامية

عينَ الأمل.

مزَّقوا بالسكاكينِ الأريكةَ المستعمَلة

والحقيبةَ وبطانيةً ملفوفةً بحبل.

جَرفوا بساتينَ الصبّار وصلبوا النجّارَ وخنقوا الحسّونَ ونحروا المغنّي.

أحرقوا المخابزَ والسنابلَ والكتبَ والدرّاجات.

ثم استلقوا على حشيشِ الملعب ولم يغفوا.

هذه ليست صُوَراً؛

هؤلاء حرَسُ الصُّوَر.

جولان حاجي

 

_____

* Golan Haji è un poeta e traduttore nato ad ‘Amuda, nel nord-est della Siria, che adesso vive in Francia. Questa poesia è stata tradotta in occasione dello spettacolo sulla Siria I guardiani delle immagini organizzato presso il Teatro Valle Occupato di Roma.