Siria, giornalisti su sabbie mobili

Foto di "Amina", la finta blogger lesbica di DamascoIl luogo comune secondo cui il lavoro dei giornalisti sia facilitato da Internet e dai nuovi media viene scalfito ogni giorno di più, ma nel caso della rivolta in Siria – dove la stampa indipendente non può recarsi sul posto per verificare quanto accade – si sgretola come sabbia al vento sotto i colpi di ‘bufale’ mediatiche diffuse dalla propaganda ufficiale di Damasco e dagli attivisti anti-regime in un confuso rincorrersi di “notizie urgenti”, “smentite”, “prove inconfutabili” e “controprove definitive”.

L’ultima, in ordine di tempo, riguarda la storia di Zeinab al Hosni, giovane di 18 anni di Homs, che secondo Amnesty International e la famiglia era stata rapita, uccisa, mutilata, decapitata e scorticata dalle forze di sicurezza. Su Youtube erano apparsi video amatoriali del suo funerale, il fratello aveva raccontato nel dettaglio la drammatica vicenda.

Gran parte dei media stranieri aveva dato risalto alla versione dell’organizzazione umanitaria internazionale basata a Londra, ricordando altri presunti casi di civili siriani uccisi da marzo scorso sotto tortura. Ma una giovane che si è presentata come Zainab al Hosni è poi apparsa in tv smentendo Amnesty e la sua stessa famiglia.

La madre, interpellata da Human Rights Watch (Hrw), basata a New York, ha infine confermato l’identità della giovane intervistata: “E’ mia figlia”. Zeinab è viva. Damasco ha accusato i media occidentali e le organizzazioni umanitarie di servire gli interessi stranieri, mentre attivisti e operatori dell’informazione all’estero non escludono che lo stesso regime siriano abbia artefatto sin dall’inizio la cruenta storia di Zeinab per poi delegittimare i media occidentali, Amnesty e Hrw. In questo caleidoscopio di ipotesi, tutte possibili ma nessuna dimostrabile, il giornalista è indotto a tacere pur di non ripetersi nell’errore.

Più difficile credere alle testimonianze di altri cyberattivisti siriani dopo il caso di Amina, “la blogger lesbica di Damasco”, personaggio inventato da un 40enne americano residente in Gran Bretagna. Esemplare, a tal proposito, la vicenda delle presunte dimissioni annunciate a France24 dal sedicente ambasciatore siriano a Parigi, Lamia Shakkur, apparsa poi in video a smentire il tutto.

Già allora, i vertici della tv francese – che assicurarono di aver parlato con una donna che aveva risposto a un numero fornito dall’ambasciata siriana a Parigi – si dissero vittime di una manipolazione. La stessa che ha indotto alcuni giornalisti a riportare la notizia di otto neonati morti in un’incubatrice in un ospedale di Hama privato dell’elettricità durante l’assedio dei militari lealisti. Su Facebook erano apparse le foto degli otto bambini, ma l’immagine – si venne a scoprire qualche giorno dopo – era stata presa da un giornale egiziano che l’anno scorso denunciava il sovraffollamento in una clinica di Alessandria d’Egitto.

Analogo il caso della foto di una donna accovacciata a terra che sorreggeva un bimbo coperto di sangue. L’immagine era stata scattata in Iraq nel 2009, ma dalle tv panarabe era stata mostrata come proveniente dalla Siria in rivolta.

Tanto assurda da sembrare una montatura era la notizia, che si è poi rivelata fondata, apparsa su alcuni siti Internet nel febbraio scorso, dell’arresto di una dozzina di giovanissimi studenti in una scuola di Daraa, nel sud del Paese, colpevoli di aver scritto sui muri di scuola versi anti-regime. Il loro arresto, confermato dalle autorità di Damasco, e le torture subite dai ragazzi, ha innescato la rivolta siriana. I cui contorni continuano a essere sfocati e confusi come gli oltre 30.000 video amatoriali finora diffusi dagli attivisti via Internet. (Scritto per ANSA il 6 ottobre 2011).