Il mondo di Serxabun, profugo a due anni

(di Rodolfo Calò* per ANSA). Ha folti boccoli corvini da bambina e un nome, ”Libero”, che è tutto un manifesto politico: è un bimbo curdo-siriano che, in braccio al padre, era fra quanti aspettavano la visita di Kofi Annan nel più noto campo profughi del sud della Turchia.

E, con il piccolo volto pallido imbronciato per il sole, incarnava il problema di una minoranza che teme di essere oppressa anche dopo una caduta del regime di Damasco peraltro ancora tutta da realizzare.

Il suo nome, in curdo, suona ”Serxabun”; ha due anni e mezzo ”ed è maschio, anche se con questi capelli lunghi tutti lo pigliano per femmina”, sottolinea il padre, Ciwan (più o meno: Giovanni).

Si descrive come un ex studente universitario in Legge, di Aleppo, 29 anni, già vedovo. ”Mia moglie – precisa quasi non richiesto – è morta per una malattia”: circostanza che, per un siriano, ormai non è scontata quando si parla di decessi.

Come in Turchia, Iraq e Iran, anche in Siria il popolo senza Stato dei curdi è una minoranza e rappresenta una delle fratture etniche che contribuisce a rendere la crisi siriana ancora più esplosiva agli occhi delle cancellerie, e soprattutto dell’ufficio dei premier turchi: con i terroristi curdi del Pkk sono in guerra a bassa intensità dal 1984 e con la Siria condividono un confine di 910 chilometri.

Per i bambini come Libero/Serxabun, che la maglietta a righe orizzontali bianche e verdi non riesce a rendere meno esile, i leader curdo-siriani già preconizzano un futuro di diritti negati anche nella Siria liberata.

Contribuendo a dare l’impressione di scarsa rappresentatività, le fazioni curde si sono sfilate dall’intesa semi-ecumenica che il Consiglio nazionale siriano (Cns) ha raggiunto all’ultimo minuto per presentarsi come legittimo rappresentante ”del popolo siriano” alla seconda Conferenza dei Paesi amici della Siria svoltasi a Istanbul il primo aprile.

I curdi hanno denunciato di non essere riusciti ad ottenere promesse su una propria regione autonoma nella Siria del dopo-Assad e hanno criticato l’influenza che verrebbe esercita sul Cns dai Fratelli musulmani. Il siriano Partito dell’Unione democratica curda (Pyd), in Turchia, è considerato ”filo-Assad” a causa dei suoi legami con il Pkk.

Ma per Ciwan, il padre del piccolo profugo, sono valutazioni che suonano come insulto alla sua condizione: dal 15 febbraio è in questo campo per rifugiati ricavato negli edifici a due piani di un tabacchificio nei cui spiazzi sono state alzate tende bianche della Mezzaluna rossa, la Croce rossa islamica.

”All’università molti studenti sono stati uccisi o feriti. Non era possibile rimanere”, racconta il giovane padre. ”Ho partecipato a qualche manifestazione, pacifica, ed ero diventato anch’io un bersaglio per le forze di sicurezza. Stavano cercando di rapirlo”, sostiene indicando – con un cenno del capo – il piccolo ”Libero” che gli struscia i folti capelli sul mento.

Ripetendo il mantra dei profughi siriani che chiedono un intervento militare armato in stile Libia, il giovane sentenzia rassegnato: ”senza l’aiuto internazionale non c’è salvezza. Aspettiamo”.

Il Cns ha promesso il rispetto dei diritti dei curdi, ma la dichiarazione è rimasta sepolta nella melassa mediatica: fuori dal recinto del campo di Yayaladigi, ombreggiato da conifere simili a quelle delle colline circostanti che rendono impossibile guardare lontano, soprattutto per il piccolo Libero per il quale ora quella promessa non significa molto. (ANSA).

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*Rodolfo Calò è corrispondente dell’ANSA dalla Turchia.