Siria, immobilismo chiama estremismo

Questo post, pubblicato il 23 marzo, parte da una premessa errata. L’errore ci è stato gentilmente segnalato da una lettrice, che ringraziamo. Il contenuto corretto di questo primo video qui segnalato è riportato nel post Ci siamo sbagliati non erano mujahidin arabi. Ce ne scusiamo con i lettori. 

Finalmente sono arrivati e finalmente si mostrano: combattenti arabi in sostegno della rivoluzione siriana. In un video – segnalato sul sito Tutto in 30 secondi di Lorenzo Declich – appaiono in un filmato amatoriale pubblicato su Youtube il 5 marzo 2012 proveniente da Rastan, cittadina a maggioranza sunnita tra Homs e Hama e luogo di nascita di Mustafa Tlass, per decenni ministro della difesa siriano rimosso nel 2004.

Nel video, firmato dal Coordinamento locale degli attivisti anti-regime, si mostra una dozzina di uomini in divisa salutare la folla da un balcone di un edificio. Il primo a parlare è un saudita, presentato da un sottopancia inserito nel filmato come “Abu Talha”, e distinto dagli altri per una divisa più chiara. Il secondo è un egiziano, presentato come lo shaykh Jassar Abu Omar.

Lo scenario tanto evocato dal regime e tanto sperato dai complottisti si sta avverando. E alcuni segnali indicano che in quelle realtà rurali o rurbane dove la maggioranza sunnita è schiacciante appaiono ora slogan che inneggiano alla creazione di uno Stato islamico, come mostra questo video proveniente da una periferia di Aleppo e pubblicato il 23 febbraio 2012.

I manifestanti rispondono in coro allo slogan: “Né Bashar né Ghalioun, vogliamo che sia l’Islam!”. La presa di distanze da Burhan Ghalioun, presidente del Consiglio nazionale siriano (Cns), è un altro dato interessante. Sempre più spesso gli attivisti e i siriani che in patria rischiano la vita ogni giorno sotto i colpi della repressione condannano l’inazione del Cns. Dopo più di un anno di mattanza impunita, il partito di chi cerca armi per difendersi e per non morire è sempre più forte. E colorato di fondamentalismo sunnita.

Paradossalmente, tutti quegli attori – politici, mediatici, religiosi, intellettuali – che respingono ogni tipo di aiuto straniero ai siriani in rivolta sono i primi a dirsi timorosi di una deriva fondamentalista della Siria post-Assad. Temono i barbuti sunniti, ma con il loro immobilismo stanno consegnando la Siria di domani a forze estremiste.

Dicono di temere l’agenda saudita e del Qatar in Medio Oriente e lasciano che siano Riyad e Doha a rispondere in modo concreto alla disperata richiesta di aiuto dei siriani. Se ne rendono conto?

E intanto a Tripoli, nel vicino Libano, Omar Bakri, fondamentalista di origine aleppina ma per molti anni residente in Gran Bretagna (accostato da alcuni media ad al Qaida) e dal 2005 rifugiatosi nel porto settentrionale libanese, ha rotto gli indugi e ha invitato, per domenica 1 aprile, lo shaykh “salafita” Ahmad al Asir di Sidone a unirsi a un sit-in comune in favore del popolo siriano.

Lo slogan? Semplice, coranico: “Oh sunniti, unitevi alla corda di Dio… in sostegno del popolo siriano, in solidarietà con i detenuti del carcere di Rumiye (Beirut, dove sono rinchiusi molti fondamentalisti) e per la vittoria della moschea di al Aqsa (di Gerusalemme)!”. Si può rifiutare un invito a radunarsi in nome di al Aqsa?