Siria, La cena di Hala

(Lorenzo Trombetta). Il messaggio di Hala appare sullo schermo del telefonino e mi sorprende: “Scusa non farò cena stasera. Non ho comprato verdura neanche carne. Rimandiamo la cena”.

Hala vive a Damasco. Non si è mai interessata di politica, nel senso stretto. Nei lunghi anni della nostra amicizia, abbiamo sempre evitato di approfondire le questioni politiche siriane. Da più di 14 mesi comunichiamo per lo più per SMS, in italiano e con estrema attenzione a non digitare possibili parole chiave che possano attirare la curiosità dei controllori del regime.

Quel giorno non ero evidentemente invitato a cena di Hala, nella sua vecchia casa damascena. Il suo messaggio era per dirmi che non aveva trovato cibo per la cena. Le rispondo, col nostro codice, dicendomi dispiaciuto e chiedendole se non aveva comprato carne e verdura perché sono diventati troppo cari. Mi risponde: “No, no. Ho trovato chiuso”. Poi un altro messaggio: “Scio nella città”. Sciopero in città. “Dopo la brutta festa…”, aggiunge sempre nel nostro codice, riferendosi al massacro di Hula.

Il 28 maggio 2012 i commercianti della città vecchia di Damasco hanno scioperato, abbassando le saracinesche in segno di protesta per quanto avvenuto venerdì scorso, 25 maggio, nei pressi di Homs. La notizia dello sciopero mi è stata confermata anche da altri amici. E foto sono apparse a dimostrazione di quanto detto.

La propaganda del regime è così corsa ai ripari: l’agenzia Sana ha in serata diffuso foto dei mercati della città vecchia in piena attività, senza però fare alcun riferimento alle “voci” dello sciopero (Excusatio non petita…). Stamani, i quotidiani governativi siriani ripropongono il titolo e le foto della Sana.

Chi conosce la Siria e le dinamiche politiche interne non può ignorare questa esplicita forma di protesta da parte della classe mercantile di Damasco. Che persino nella primavera del 1980, nel pieno della repressione da parte del regime contro gli insorti armati di Hama, Homs, Idlib e Dayr az Zor, si astenne dall’aderire allo sciopero, indetto dai rivoltosi, grazie ai buoni uffici di Badr ad Din Shallah, allora presidente della Federazione delle camere di commercio siriane e uomo di riferimento di Hafez al Asad.

In quel marzo di 32 anni fa, le saracinesche si abbassarono ad Aleppo, ma non a Damasco. E Asad padre non dimenticò mai di ringraziare i commercianti della capitale. E l’influente Shallah, che mantenne suo figlio in una posizione di spicco.

Lo sciopero di ieri è stato indetto in nome della dignità (Idrab al karama). Non in segno di condanna dei “terroristi di al Qaida e pagati da Qatar e Arabia Saudita”, nebulosa ormai identificata dal regime e da chi lo sostiene – anche in Italia – come il responsabile delle violenze.

Il ministro degli esteri Walid al Muallim ha fornito la versione ufficiale di quanto accaduto a Hula, parlando di “centinaia di islamisti armati” che hanno prima attaccato gli inermi governativi (“si sono solo difesi”) e hanno poi condotto la strage “armati di coltelli, segno distintivo dei crimini di al Qaida”.

Così si spiegano dunque le voragini aperte negli edifici civili di Hula dai colpi di artiglieria inequivocabilmente sparati dall’esercito governativo. Lo stesso generale norvegese Robert Mood, a capo della missione di osservatori Onu, ha certificato l’uso di armi pesanti a Hula da parte delle forze di al Asad.

(…) Non so con cosa Hala, suo marito e la sua piccola Layal abbiano cenato. Di certo non carne e verdura. Ma esemplare è il messaggio che mi ha spedito Hala in serata. “Magari basti non mangiare carne neanche verdura per essere libri”: “libri” sta per “liberi”, aggettivo secondo Hala ancora troppo compromettente nella Siria delle riforme e del dialogo. (Scritto per la lista di dibattito Apriti_Sesamo il 29 maggio 2012).

Lo sciopero dei commercianti di Damasco prosegue, anche se incontra serie difficoltà.

Segnalo questo articolo apparso il 1 giugno 2012 sul The Daily Star libanese di Jihad Yazigi, economista siriano e direttore di Syria Report, il principale bollettino in inglese, redatto a Damasco, di analisi e notizie politico-economiche sulla Siria.

Yazigi non nega l’esistenza di ragioni politiche alla base delle proteste in corso da oltre un anno, ma sottolinea quanto abbiano pesato i fattori economici. In particolare, ricorda che chi nella classe imprenditoriale tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si schierò col regime e contro l’insurrezione armata, oggi è a favore delle proteste.

A tal proposito, segnalo anche un video registrato il 30 maggio in una via laterale del mercato Hamidiye a Damasco in cui si vedono uomini in divisa e in borghese forzare i lucchetti per aprire le saracinesche dei negozi chiusi per lo sciopero indetto dai commercianti in segno di protesta anti-regime.

Qui sotto l’appello dei Comitati di coordinamento locali degli attivisti (Lccs) del 1 giugno proprio in riferimento allo sciopero dei commercianti di Damasco.

Tradesmen’s Strike in Damascus

Despite the brutality of the regime and its determination to continue to commit crimes against our revolutionary people, our people insist on continuing to expand and deepen our peaceful movement, which was and still is a fundamental choice in the long battle to topple the regime and build a democratic, civil state.

The tradesmen’s strikes in Damascus, the capital, represent a new page for our pure and peaceful struggle. These strikes represent a major blow to the now-defunct regime, which had been counting on the masses to maintain their silence. But the train of history is on its way. And this train must stop at the station in central Damascus – a station that may represent the beginning of the end – because the people’s interests are unified and indivisible. The people have united to confront their torturer, and those who want freedom and dignity for their country realize that it will be built on industry and trade.

We in the Local Coordination Committees and the Peaceful Movement in Syria call upon the Damascus Traders to maintain their honorable position and the courage of their initiative in support of our popular revolution and heroic civil resistance. The regime’s crimes – brutal and heinous – have violated all boundaries of humanity, and we all face the same violence.

The spread of the general strike to all cities, and continued civil disobedience, would deal a heavy blow to the regime and its claims of legitimacy, both inside Syria and abroad. It will provide the safest and most effective way to topple the regime and build a civil state…a democratic state…for all of Syria’s citizens.

We remain together on the road to freedom.

لجان التنسيق المحليه في سوريا

Local Coordination Committees in Syria

Il mercato Hamidiye di Damasco con i negozi aperti