Siria, la Turchia non può fare molto altro

Erdogan & al-AsadE’ quanto sostiene Soli Ozel, analista interpellato dall’Economist di questa settimana. Secondo Ozel, Ankara può continuare a fare la voce grossa, può ritirare l’ambasciatore, ma non di più. Il legame con l’Iran, alleato della Siria, è vitale per la Turchia, che non può permettersi di vedersi accerchiata da instabilità (sud) e minacce o chiusura dei mercati centro asiatici (est). 

Anche alla luce di queste considerazioni possono esser lette le affermazioni rilasciate ieri alla France Presse da una fonte anonima del governo turco. “Non siamo ancora pronti a chiedere le dimissioni di al-Asad”. Ad Ankara attendono – ha aggiunto la fonte – di vedere il popolo siriano unito nel chiedere la dipartita del raìs. Evidentemente, si tratta di un modo per prender tempo.

A Erdogan e a Davutoglu sono bastati il milione di Piazza Tahrir e i ribelli di Bengazi per chiedere le dimissioni di Mubarak e di Gheddafi. Nessuno ad Ankara si è messo a fare la conta precisa se il “vattene” fosse di maggioranza reale oppure no (in Egitto sono 80 milioni…). E un po’ come il leader di Hezbollah, Hasan Nasrallah, che per giustificare la sua presa di posizione a favore degli al-Asad e contro i manifestanti, ha detto di non vedere che la maggior parte dei siriani è contro il regime. Tutte acrobazie retoriche che nascondono altri motivi.

Secondo Micheal Young, editorialista libanese del The Daily Star, la frenata della Turchia può esser letta con la necessità dell’asse Washington-Ankara di mostrare un volto duro (gli Usa) e un altro più morbido (la Turchia) nello spingere all’angolo Damasco. Per lasciare al regime un canale di comunicazione aperto. Per facilitare la via di fuga degli al-Assad. Magari proprio attraverso il Mar Nero.