Siria, le mille carte nelle mani di Bashar

(Per Europa Quotidiano) Più isolato di ieri, ma non per questo meno in sella al potere siriano: il presidente Bashar al Assad deve sì fare i conti con un numero crescente di diserzioni nei ranghi del suo esercito e con la decisione della Lega araba di sospendere l’adesione della Siria – ribadita il 16 novembre dalla riunione dell’organizzazione in Marocco, boicottata da Damasco – eppure in mano conserva ancora molte carte per resistere alle crescenti pressioni interne ed esterne.

In questi giorni sembra che lo squilibrio delle forze in campo in Siria stia mutando, anche se in modo lento e graduale. In un episodio senza precedenti, un numero imprecisato di militari che si sono uniti agli attivisti anti-regime ha attaccato nella notte tra il 15 e il 16 novembre una sede dei servizi di sicurezza dell’aeronautica – uno dei quattro pilastri dell’apparato di repressione – in un sobborgo di Damasco, mentre altri ex soldati governativi passati tra le file dei rivoltosi hanno condotto analoghi attacchi in altri due quartieri periferici della capitale. Non si hanno notizie certe del numero di vittime, mentre già tra lunedì 14 e martedì 15 almeno 70 persone erano rimaste uccise – secondo attivisti – in due diversi scontri armati a Daraa e Homs, epicentri meridionale e centrale della rivolta. Il 17 novembre sono state diffuse notizie non confermate di attacchi simili nella regione nord-occidentale di Idlib.

Accanto all’emergere del Consiglio nazionale siriano (Cns) come principale forza politica delle opposizioni all’estero collegata con i Comitati di coordinamento degli attivisti in patria, l’Esercito siriano libero (Esl) ha rivendicato le recenti azioni di Damasco, Daraa e Homs annunciando anche la nascita di un consiglio militare provvisorio.

Diretto da Riyad Assaad, un colonnello disertore ospitato in Turchia, il neonato consiglio è composto da quattro colonnelli, tre tenenti colonnelli e un comandante, e vieta l’ingresso tra le proprie file a membri di partiti politici o formazioni confessionali, come un implicito segnale di rassicurazione nei confronti di chi teme la presa di potere di fondamentalisti sunniti nell’eventuale Siria post-Assad.

Dall’Esl assicurano di disporre ormai di un mini esercito di 17mila uomini. Contro l’esercito lealista forte di un nucleo di fedelissimi di circa 200mila unità. La Lega araba e la Turchia si dicono contrarie a un intervento straniero in Siria ma il 16 novembre, dal forum turco-arabo di Rabat, hanno ribadito la necessità di inviare osservatori arabi e internazionali a Damasco. È la stessa posizione del Cns, che finora ha sempre rifiutato l’adesione dell’Esl proprio per non dare l’impressione di voler legittimare l’uso della violenza.

E nella giornata in cui, secondo attivisti, almeno venti civili siriani sono stati uccisi dalle forze fedeli ad Assad e migliaia di lealisti si sono invece riuniti nelle piazze di Damasco e Latakia per ricordare il quarantunesimo anniversario dell’avvento al potere della famiglia presidenziale, la Francia ha deciso di richiamare il proprio ambasciatore in Siria, e nella capitale bande di fedeli al regime hanno assaltato, per la seconda volta in pochi giorni, le sedi diplomatiche di alcuni paesi arabi. Prese di mira il 16 novembre le ambasciate di Marocco, Emirati Arabi Uniti e Qatar.

Al-Assad ha già dimostrato di avere numerose carte da giocare nella propria mano. Incendiare il Libano attribuendo il fuoco a presunti gruppi qaedisti è un’opzione sempre valida, e ne è la prova il duplice attentato dinamitardo che ha colpito il 16 novembre a Tiro, nel sud del paese dei Cedri, un albergo e un negozio di alcolici frequentato tra l’altro da militari della missione Onu (Unifil).

I caschi blu erano tornati nel mirino di sconosciuti fondamentalisti già a maggio (sei italiani feriti) e a luglio (altrettanti francesi), colpiti da ordigni lungo la strada Beirut-Sidone. Attentati compiuti in corrispondenza di discussioni al Palazzo di vetro o nelle istituzioni dell’Unione europea sulla possibilità di sanzionare il regime siriano per la sanguinosa repressione attuata dal 15 marzo scorso e che ha causato, finora, oltre 3.500 vittime secondo le stime (al ribasso) dell’Onu.

Oltre ad attaccare i simboli dell’Occidente in Libano, Damasco può chiamare all’azione i suoi più stretti alleati a Beirut e altrove. Dai sedicenti gruppi palestinesi attestati lungo il confine siro-libanese, alle bande dei partiti politici tradizionalmente fedeli agli Assad: da Amal del presidente del parlamento Nabih Berri al Partito nazional-sociale siriano fino ai Marada dei Frangiye nel nord.

Se poi anche l’Iran, il cui ruolo regionale è ora rafforzato dall’imminente ritiro americano dall’Iraq, dovesse preoccuparsi eccessivamente per la tenuta del suo stretto alleato siriano, gli Hezbollah potrebbero attivarsi in modo da sviare l’attenzione, magari appiccando l’incendio sotto le finestre israeliane. Lo stesso stato ebraico – preoccupato della caduta di un nemico conosciuto e dalla conseguente ascesa di altre entità ignote – potrebbe non disdegnare l’idea di una guerra a tempo contro il suo storico nemico libanese pur di evitare il collasso degli Assad ed esporre l’intera regione a un lungo periodo di incertezze.

Ecco perché le inedite decisioni della Lega araba contro la Siria e le eventuali sanzioni che seguiranno hanno sì un forte valore simbolico ma nel breve e medio periodo non influiranno in modo significativo sulla tenuta del regime. Senza dubbio, un consenso inter-arabo anti-Assad renderà più difficile per Mosca e Pechino sostenere a oltranza la repressione, ma alla luce dei timori di tutte le cancellerie regionali e internazionali per una destabilizzazione regionale su più larga scala, risulta ancora improbabile immaginare un intervento militare straniero in Siria. (Scritto per Europa Quotidiano del 17 novembre 2011).