Siria, Le paure dei padri, lo slancio dei figli

(di Elena Chiti) Questo è il titolo del contributo di Lorenzo Trombetta al volume Le rivoluzioni arabe. La transizione mediterranea curato da Francesca Maria Corrao (Mondadori, 2011). Trombetta firma l’unico capitolo che parla di una rivoluzione ancora in corso, quella siriana, raccogliendo la duplice sfida di raccontare l’attualità, la storia che si sta scrivendo, cercando al tempo stesso di indagarne le ragioni nel passato e di ipotizzare scenari per il futuro.

E senza cedere a facili semplificazioni. Al centro del contributo è lo scollamento tra potere reale (nascosto) e potere formale (di facciata) in Siria, con la conseguente schizofrenia – l’espressione è dell’autore – che colpisce quanti si sforzano di portare sul Paese uno sguardo chiarificatore, di fornire una sintesi il più possibile univoca del suo apparato di comando.

Rifiutando di portare uno sguardo univoco su quel che univoco non è, Trombetta sceglie per il suo contributo una struttura quanto mai lontana dai resoconti giornalistici come dalle trattazioni accademiche: una prosa in cui la riflessione teorica, nutrita di un costante riferimento alla storia siriana, è continuamente inframmezzata dalle testimonianze degli attori sul campo e dai passaggi di romanzi siriani contemporanei.

In questo gioco di punti di vista a volte anche in aperta contraddizione (perché non sono solo i militanti ad avere dignità di testimoni, ma anche i siriani non politicizzati o contrari alle proteste) si disegna lo scenario di un Paese in cui la pervasività del sistema poliziesco paralizza la vita pubblica dei cittadini, ipotecando anche la loro vita privata: un’autorizzazione per l’acquisto di un terreno, un visto per espatriare, un documento necessario per sposarsi sono traguardi che l’arbitrio di un funzionario può impedirti definitivamente di raggiungere.

Ma si disegna anche lo scenario di un Paese in cui c’è una nuova generazione che dice no, che penetra in uno spazio politico che le è sempre stato negato. Una generazione delusa dal fallimento della “primavera di Damasco” del 2000, con le promesse di riforme, apertura e dialogo fatte dal giovane Bashar al-Asad appena salito al potere. E mai mantenute.

Grazie anche alle lingue e ai media stranieri, questi giovani sono riusciti a sfuggire al pensiero unico del regime. Tanto da tentare di rovesciare una cappa di piombo che, per gli oppositori della generazione precedente, è sempre stata una sorta di dato di fatto.

Si sente che l’autore è con questi giovani: schierato ma in modo onesto; di parte ma mai parziale. Come dovrebbe essere l’approccio di giornalisti e ricercatori che si occupano della Siria dei nostri giorni. Perché non si possono falsificare deliberatamente le informazioni in nome degli interessi di una parte. Ma non si può nemmeno dimenticare, in nome di una presunta neutralità di informazione e ricerca, di dire che una parte lotta per la libertà; l’altra, per continuare a negarla.