Siria, Le poesie dal carcere di Faraj Bayraqdar

(di Elena Chiti) Torna di attualità Faraj Bayraqdar. Non che abbia mai fatto le prime pagine dei giornali. Certo non in Siria. Ma questo poeta originario di Homs e attualmente residente in Svezia ha fatto parlare di sé. O almeno storcere la bocca alle autorità siriane, che nel periodo della sua detenzione – di fronte alle voci di protesta che, soprattutto dall’estero, reclamavano la liberazione del poeta – sono arrivate a negare la sua stessa esistenza.

Faraj Bayraqdar, accusato di affiliazione al partito comunista, ha scontato quasi quindici anni (dal marzo 1987 al novembre 2000), visto che gli ultimi 14 mesi gli sono stati graziosamente abbonati dal regime, in cambio di una sua rinuncia a qualsiasi forma di militanza politica.

Ma non è bastato. Nel 2003, quando Bayraqdar – da uomo libero – si è rivolto all’Unione degli Scrittori siriani (Ittihâd al-Kuttâb al-Suriyyîn) perché gli pubblicassero Anqâd (“Rovine”), raccolta di poesie scritta negli anni vissuti da carcerato, si è sentito rispondere che, malgrado l’intrinseca qualità dei versi (espressamente riconosciuta nei rapporti dei due comitati dell’Unione incaricati della lettura), la raccolta era impubblicabile perché contenente molte poesie suscettibili di “nuocere al sentimento nazionale e al senso di appartenenza alla patria” (isâ’a ilâ al-fikr al-qawmî wa’l-intimâ’ ilâ al-watan).

Traduco qui sotto tre delle poesie più nocive, tratte dalla raccolta Anqâd (“Rovine”), con cui l’editore libanese Al-Jadîd apre il suo catalogo del 2012, presentato al Salone del Libro arabo di Beirut.

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Giro (Titolo originale: Dawarân)

In esilio

sei tu che giri

intorno alla maledizione

in carcere

è la maledizione

che gira

intorno a te.

Carcere di Sednaya, 1995

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Miseria (Titolo originale: Faqr)

Dio ha

un inferno di cui andare fiero

che miseria!

Non ha niente

di paragonabile al carcere di Tadmor

né di Mezze

o Adra

e nemmeno Sednaya.

Carcere di Sednaya, 1996

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Matrioska siriana (Titolo originale: Mâtrûshkâ sûriyya)

Se il cielo è un velo

la terra è un velo

il mio paese è un velo

il carcere è un velo

il silenzio è un velo

la poesia è un velo

e io sono un velo

come faccio a vedere Dio

e Dio a vedere me?

Carcere di Sednaya, 1997